Proposte di rilettura: l’arte di saper prendere appunti

<<Dov’è il tuo quaderno?>>
<<Non ce l’ho!>>
<<E come farai a prendere appunti senza un quaderno?>>

Che ne dite? Déjà vu? Quante volte vi siete trovati in questa situazione?
Spesso i nostri ragazzi non solo non prendono appunti, ma non hanno nemmeno il quaderno sul banco. Sappiamo bene quanto questa abilità sia una parte importante del processo di apprendimento, eppure molte volte gli studenti arrivano all’Università e ancora non hanno imparato a farlo.
Esistono molti sistemi per prendere appunti in modo efficace ed ognuno di questi ha lati positivi e negativi, ma avete mai sentito parlare del Sistema Cornell?

Negli anni ’50 il Prof. Walter Pauk della Cornell University ha messo a punto un sistema oggi chiamato “Cornell note taking system” per insegnare a prendere appunti in modo più efficace agli studenti universitari, e questo metodo è, ancora oggi, uno dei sistemi più usati negli Stati Uniti anche a scuola, in quanto può essere usato in qualunque tipo di classe e in qualunque disciplina.
Il Cornell notes taking system fornisce una struttura sistematica per scrivere, sintetizzare e organizzare gli appunti.

Come si fa?

Per usare questo sistema bisogna innanzitutto “organizzare” il quaderno, con fogli preferibilmente a righe e con i ganci, suddividendo ciascun foglio in tre sezioni. Per fare ciò, si comincia tracciando con un pennarello una linea orizzontale a circa 5-6 righe dal fondo. Questa è la parte in cui si scriverà una sintesi degli appunti presi. E’ importante cominciare proprio dallo spazio per il riassunto perché una volta che si inizia a prendere appunti si potrebbe dimenticare di includerlo. Fatto questo, si suddivide la parte superiore del foglio in due colonne di larghezza diversa, tracciando una riga verticale a circa 5 cm dal bordo sinistro del foglio andando dal margine superiore fino alla linea orizzontale appena tracciata.
La colonna di destra, più larga, è quella in cui verranno presi gli appunti, mentre quella di sinistra, più piccola, servirà per la rielaborazione successiva quandi si inseriranno informazioni molto generali: titoli, parole chiave, lessico specifico. Gli appunti possono essere presi per punti, in ordine gerarchico (grande idea, idea specifica, dettagli), con un disegno, un diagramma, un grafico o comunque in qualunque modo si ritenga utile.

Cosa fare

1. Annotare. Per prima cosa, naturalmente, si usa la colonna di destra per prendere appunti durante la lezione, scrivendo quanti più fatti, idee e concetti possibili. Per non rimanere indietro, è meglio non scrivere frasi complete ma utilizzare delle abbreviazioni. Ce ne sono di vario tipo (come, ad esempio, quelle consigliate nel sito dell’ITIS Fermi di Frascati) e possono essere anche molto personali. L’importante è che gli studenti siano poi in grado di ricostruire la parola che hanno abbreviato. A tal scopo può essere utile far fare una legenda delle abbreviazioni da inserire nel quaderno in modo da assicurarsi di essere in grado di capire quanto scritto anche in un secondo momento. Tra un’idea e l’altra è bene tracciare una linea di separazione. Gli appunti possono comprendere anche disegni, grafici e diagrammi.
2. Formulare domande. Appena possibile, preferibilmente entro 24 ore, è importante rivedere gli appunti per estrarne le idee principali, i punti chiave, date e persone da riportare nella colonna di sinistra, possibilmente con una parola, o un termine specifico. Poi, partendo sempre dagli appunti presi, si formulano domande che vengono scritte sempre nella colonna di sinistra in corrispondenza degli appunti relativi (ossia della risposta alla domanda stessa). Tutto ciò aiuta a chiarire significati, mostrare relazioni, rafforzare la memoria e sarà molto utile anche per ripassare prima di una verifica o di una interrogazione.
3. Ripetere ad alta voce. Coprire con un foglio di carta la colonna di destra (o ripiegare il foglio fino a far corrispondere il margine destro con la linea che separa le due colonne) e partendo da quanto scritto nella colonna di sinistra, a voce alta e con le proprie parole, rispondere alle domande e/o spiegare i fatti o le idee contenute nelle parole chiave. Quindi verificare quanto detto controllando gli appunti presi.
4. Riflettere. Riflettere su quanto scritto facendosi altre domande come ad esempio: qual è il significato di questi fatti? Qual è il principio che sta alla base di ciò? Come posso applicarlo? In che modo questi fatti concordano con quanto conosco già?
5. Riassumere. Infine, nella sezione dedicata in fondo alla pagina, scrivere un riassunto, di poche frasi, delle idee principali discusse durante la lezione. Per aiutarsi, ci si potrebbe chiedere: “Se dovessi spiegare queste idee a qualcun altro, cosa dovrei dire?” In altre parole: come potrei spiegarlo a qualcuno che non l’ha mai sentito prima?
6. Ripassare. Passare almeno 10 minuti ogni settimana rivedendo velocemente gli appunti. Questo aiuterà a trattenere meglio ciò che si è imparato evitando di dimenticarlo velocemente.

Questo sistema (validissimo ve lo garantisco!) può essere molto utile anche in altre occasioni: nello studio del libro di testo, nella lettura di un articolo o di un saggio o per prendere appunti durante la visione di un video.

Se poi volete qualche altra idea, nel Learning Strategies Center della Cornell University c’è una sezione che contiene vari suggerimenti su come migliorare tutte le abilità utili nello studio e tra queste c’è anche la scheda che spiega proprio come prendere appunti.

Per i più tecnologici, c’è anche una app ( purtroppo a pagamento) disponibile per iPad. Basta digitare “cornell notes” nell’App store.

Per un uso più avanzato di questo sistema, vi consiglio il video tutorial di Sophia Caramagno che propone di potenziare i passaggi rivedendo, riorganizzando e confrontando anche gli appunti tra pari.

E voi?

Come fate ad insegnare ai vostri ragazzi a prendere appunti? Avete consigli, idee che “funzionano” da suggerire a tutti noi? Scrivete e raccontate!!!

Per approfondire:

– Walter Pauk, Ross Owens, How to study in College, Cengage Learning, (marzo 2007)
– G.Rinaldi, Un metodo per studiare

L’articolo è stato originariamente pubblicato sul blog, non più disponibile online, “L’ingrediente segreto”, LINX edizioni, il 18 dicembre 2012.

3 pensieri su “Proposte di rilettura: l’arte di saper prendere appunti

  1. Ciao Barbara
    con una classe del biennio ho sperimentato un metodo che struttura l’attività in modo da massimizzare la concentrazione e la partecipazione in vista di un momento della lezione dedicato alla costruzione della sintesi. Durante la lezione interattiva, scandita da varie attività capaci di contrastare la recezione passiva, diverse caso per caso, apparivano rapidamente sul proiettore i nuovi concetti, frasi di connessione preparate in anticipo o rapidamente schematizzate su di esso o alla lavagna e poi tolte. I ragazzi erano liberi di prendere gli appunti, ma non davo loro il tempo di copiare nulla per non distrarli dal participare al flusso delle discussioni. Quello che cercavo di fare era di di impegnare e anche “allenare” la loro memoria verbale (uditiva) e semantica a breve termine permettendo a ciascuno di memorizzare “spezzoni” della lunghezza e significatività più confacente al diverso livello di ciascuno, fino al momento della sintesi nella quale si impegnavano individualmente. La sintesi, evidentemente, non era libera, ma da farsi rispondendo in un certo numero di righe ad una ben precisa domanda focale presentata ad un certo punto della lezione. Il risultato è stato sia l’ottenimento di una buona attenzione in una classe turbolenta che però – insolitamente – non rifiutava l’insegnamento dei significati e il valore della conoscenza ed aveva compreso nei primi mesi l’importanza della comprensione (posso assicurarti che non capita spesso, specialmente dove mi trovo a insegnare ora). I ragazzi hanno anche imparato a prendere bene gli appunti (qualcuno a prenderli punto!) Quasi sempre c’è stato anche il tempo di leggere qualcuna delle sintesi-risposte a fine lezione e discuterla.
    Ho anche fatto un esperimento comparativo dividendo la classe in un gruppo che rispondeva alla domanda con una mini-mappa concettuale e un altro che utilizzava il testo semplice (e invertendo i due gruppi durante i 4 mesi di sperimentazione). Nei precedenti due mesi tutti avevano imparato a costruire mappe concettuali in risposta a domande focali di tipo concettuale e di testi equivalenti. Il risultato dei sei mesi complessivi di durata dell’esperimento è stato che solo pochi dei ragazzi riuscivano a rispondere adeguatamente alla domanda focale nelle mappe concettuali ed anche in generale di fare buone mappe concettuali nello stesso tempo che era disponibile per la produzione del testo scritto, o anche lasciando ad essi tempi più lunghi o a casa, mentre i testi erano generalmente più efficaci nel rispondere e sintetizzare i concetti principali della lezione. La metodologia non è stata utilizzata per ogni lezione, ma solo per le prime lezioni introduttive di ogni argomento durante quei 4 mesi, anche come procedimento per costruire solide connessioni con i concetti degli argomenti precedenti.
    I test sulla padronanza concettuale di fine modulo (i cui risultati servivano anche per assegnare i famosi “voti”) non hanno mai rilevato differenze significative tra il gruppo delle mappe e il gruppo dei testi. La mia interpretazione della cosa è che a) l’efficacia del lavoro in classe sia stato simile per i due gruppi indipendentemente dalla modalità di costruzione della sintesi (per alcuni cercare di costruire la mappa concettuale era essenzialmente una inutile perdita di tempo) per il semplice motivo che l’attenzione finalizzata era per tutti più importante del “prodotto finale” e che, accanto alla sintesi scritta ce n’è un’altra più importante che è quella che si forma nella testa, e b) il risultato dei test di padronanza concettuale con cadenza più o meno mensile vanno ad apprezzare la qualità conclusiva degli apprendimenti e questa dipende principalmente da tutte le altre lezioni successive a quelle introduttive, comprese dimostrazioni ed esperienze di laboratorio e dalle caratteristiche generali degli studenti.
    Un problema di difficile soluzione è che i test di padronanza concettuale su argomenti diversi non permettono di valutare o comparare l’eventuale incremento del potenziale di apprendimento neanche per uno stesso studente. Ci vogliono test appositi (Learning Propensity Assessment Device) e la competenza per somministrarli (che non ho ma che potrei facilmente farmi con un periodo di formazione). Io ho potuto solo vedere degli slittamenti verso l’alto dei risultati di diversi studenti che erano partiti “bassi”, ma non ho nessuno strumento per associare questi successi ad un singolo aspetto della metodologia complessiva. Semplicemente ricavo una certa indicazione di muovermi nella direzione giusta. Per fare qualcosa di meglio dovrebbe esistere la ricerca educativa e dovrei avere la possibilità di contribuirvi. Ma con la 107 e la flipped classroom che risolvono tutto, non serve più la sperimentazione fatta con criteri scientifici.

    • Ciao Alfredo, grazie per aver raccontato questa tua esperienza davvero interessante. La ricerca educativa, soprattutto in ambito scientifico, è difficilissima, soprattutto in Italia, perché da noi non esiste ancora una cultura di questo tipo. Durante il mio dottorato ho fatto una fatica tremenda perché nessuno, in Italia, voleva o poteva aiutarmi e ho ricevuto aiuto solo da universitari “stranieri”, uno in particolare che non ringrazierò mai abbastanza, che senza ricevere nulla in cambio mi ha aiutata a dare “scientificità” a quello che stavo facendo. L’università dove ho fatto il dottorato è una delle poche che almeno sta provando a muoversi in questa direzione ma ho dovuto costruirmi un background da zero e da sola perché eravamo i primi e nessuno sapeva veramente cosa fare. Sono stata in giro in Europa e in qualunque paese, anche in quelli meno “ricchi” di noi, ci sono dipartimenti universitari dedicati che lavorano fianco a fianco con i docenti della scuola di ogni ordine e grado per raccogliere dati sull’apprendimento delle nostre discipline, soprattutto in ambito biologico e chimico. Da noi la cosa interessa davvero a pochissimi (paradossalmente soprattutto nell’ambito delle scienze della Terra) ed è davvero, davvero un peccato. E’ naturale che da soli si ottengano risultati scarsi e a volte poco soddisfacenti perché la ricerca “fai da te” è complicata e si rischia di non riuscire a raccogliere risultati che possano essere ritenuti affidabili. Credo, tuttavia, che il tuo sforzo sia stato e sia fondamentale e non andrebbe interrotto, anzi andrebbe ripetuto con molte classi diverse nel tempo. Tu dici “semplicemente ricavo una certa indicazione di muovermi nella direzione giusta”. Ti sembra poco? E’ comunque un passo in avanti. Quando parli di 107 e Flipped Classroom che risolvono tutto, però, non riesco a capire bene cosa intendi. Io sono tra quelli che utilizzano, ad esempio, questa modalità di spiegazione capovolta perché mi permette di ricavare più tempo in classe per attività sperimentali o cooperative o semplicemente per discutere insieme invece di farli stare in silenzio ad ascoltare con un occhio mezzo chiuso e mezzo aperto. Flipped Classroom sempre, per qualsiasi argomento? Certo che no, ma non perché non la ritenga una metodologia sufficientemente valida. Flipped classroom, apprendimento cooperativo, strumenti multimediali sono strategie per ottenere nel modo migliore possibile un unico risultato: l’apprendimento dei ragazzi. Come sai bene, gli studenti sono tutti diversi e apprendono quindi in modo diverso. Se anche trovassimo la “ricetta” perfetta per qualcuno, per altri potrebbe non funzionare allo stesso modo. Ciò che conta, almeno per me, è una progettazione didattica forte, una direzione sicura verso cui muoversi utilizzando, a seconda del contesto e del “contenuto” da affrontare, strategie diverse, perché ognuna di queste mi offre lo strumento migliore in quel preciso contesto e momento. Per cui, almeno per quanto mi riguarda, viva l’innovazione se significa continuare a provare strade nuove per far sì che tutti i nostri ragazzi, anche quelli più in difficoltà, possano imparare ad apprendere. In fondo, questo è il bello ( e lo scopo) del nostro mestiere no? Grazie ancora per il tuo prezioso contributo alla discussione! 🙂

      • Credo che dovremo unire le nostre forze e quelle di qualche giovane per fare qualche cosa di “impattante”, trovando supporto in qualche università. Quella che io chiamo la sfida costruttivista richiede anche altro oltre la scientificità delle sperimentazioni. Per esempio una scuola di didattica cogestita da insegnanti e professori come quelle che esistono in Europa e in tutto il mondo. Ma per come stanno funzionando i criteri di finanziamento di scuole e ricerche all’Università la cosa più che utopistica è impossibile. Per quanto riguarda il metodo scientifico di valutazione di una qualunque sperimentazione di marca costruttivista occorre la valutazione del potenziale di apprendimento pluriennale su un percorso longitudinale su classi sperimenta!i è di confronto ben campionate. A questo proposito, mentre il cooperative, lo studio di casi, il pbl, il problem solving sperimentale o una data metodologia IBSE hanno un loro statuto ben definito che le rende riconoscibili, lo stesso non si può dire della flipped learning o classroom. Se si tratta di invertire ascolto di (video)lezioni più o meno passivo a casa e attività interattive in classe in cui non puoi tenere conto del lavoro approssimativo o non fatto a casa per mancanza di voglia e/o connessione (e posso parlarti per esempio di quella classe ideale di cui ti ho parlato, dove sono riuscito a ottenere il record massimo del 60% di visioni di un video solo grazie al fatto che aiutava a capire la verifica imminente e dava punti di credito, NON un video flipped) a fare una sperimentazione scientifica non ci sprecherei nemmeno un’ora di tempo. Ma dopo questo uovo di colombo iniziale, vedendo sul gruppo FB e vari siti anche originari della flipped, vi è stato aggiunto tutto e anche di più, mentre i fondamentalisti continuano a parlare di “metodo” quando c’è dentro un’intero armamentario di dichiarazioni di principio su tutte le metodo!ogie possibili immaginabili, persone diverse che fanno cose diverse, accomunabile al massimo da una dizione “didattica laboratoriale”. Per quanto riguarda la 107, le mie motivazioni per cui essa rallenterà lo sviluppo professionale continuo sono diverse e complesse, e il blog non lo ritengo adatto a discuterle.

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