Fatto è meglio che perfetto

“Quando fai una cosa devi farla bene!”  Verissimo, ma a volte questo modo di vedere le cose, questa tendenza al perfezionismo, può diventare una trappola. Qualunque cosa farai non ti sembrerà mai abbastanza buona, nè sarà mai perfetta.

Questa sorta di autotrappola in cui cadiamo è, a mio avviso, una delle principali cause di immobilismo e di procrastinazione nella vita ma anche a scuola.

Leggiamo qualche libro interessante, seguiamo qualche corso con qualche docente super brillante, innovativo ed energizzante (Chiara Beltramini e Mauro Sabella giusto per citarne un paio che hanno questo effetto su di me), che ci ispirano e ci fanno venire voglia di cambiare il mondo (se non proprio TUTTO il mondo almeno il nostro piccolo mondo scolastico), siamo a casa  felici, carichi, ci sediamo alla scrivania e… stop. Bloccati.

Troppo difficile! Da dove comincio? È tutto meraviglioso ma ora sono qui, da sola, e non so da che parte cominciare. Per non parlare, poi, che adesso sono troppo impegnata, lo farò sicuramente ma è meglio studiare la questione un altro po’, giusto per rinforzare le basi e ripartire più sicura. Ci riprovo più avanti, dai…

Ma il momento giusto non arriva mai. Vi è mai capitato? Lo ammetto, forse ho un po’ esagerato ma capite cosa intendo, vero?

Il vero problema, amici miei, che blocca ogni forma di cambiamento nella scuola non è la pigrizia degli insegnanti (come qualcuno pensa), nè la loro incapacità (come qualcun altro sostiene) ma spesso è la paura di non essere abbastanza perfetti.

Non ridete, ma penso che in qualche modo, il nostro lavoro assomigli a quello degli attori di teatro. Ogni giorno “andiamo in scena” con il nostro repertorio, il nostro “masterpiece”, e cerchiamo di interpretarlo bene, senza annoiarci visto che lo ripetiamo di anno in anno, ma soprattutto senza annoiare il nostro pubblico. Devi, quindi, essere preparato e, se non hai i geni del sadico, devi cercare di essere brillante, di tenerli sul pezzo con ogni strategia possibile (o almeno provarci), altrimenti il tuo pubblico si addormenterà (mi è successo!) e non è bello.

A differenza di quanto può accadere agli attori, però, se il nostro pubblico si addormenta o esce dal teatro/aula disinteressato o, peggio, confuso è un guaio serio: niente apprendimento, noia, insuccesso.

Vi state chiedendo cosa mi sono bevuta, eh? 😉

Scusatemi, amici, arrivo al punto. Sono sempre stata la paladina dei cambiamenti a piccoli passi, lo sapete, ma in questi giorni ho capito che a volte non sono i piccoli passi da fare a bloccarci sulla strada del cambiamento ma la paura di non farcela perchè non siamo abbastanza bravi.

Credo di avervi già detto mille volte che per me l’apprendimento delle scienze attraverso una didattica attiva, nel mio caso specifico attraverso l’approccio IBSE, sia LA via per un apprendimento realmente significativo e sapete bene anche quanto tempo ed energie questo tipo di cambiamento ci richiede.

Per il fattore “energie” non ho ancora trovato una soluzione, ma per quanto riguarda il fattore tempo, quello in classe intendo, una soluzione ci sarebbe ed è sotto gli occhi di tutti da molto tempo. Sto parlando della didattica capovolta o flipped classroom.

Ho letto tanto sull’argomento, ho fatto anche un corso nella mia scuola alcuni anni fa, ho continuato a seguire Jon Bergman (uno dei fondatori delle Flipped Classroom) facendo anche un paio di suoi corsi. Insomma… come in cucina (chi mi conosce bene potrà confermare) so tutto sulla flipped classroom (finalità , tecniche, strumenti…) ma “cucino” molto poco e con scarsi risultati. 🙂

In passato, ho fatto qualche timido tentativo ma mi sono lasciata scoraggiare dal fatto che non sono molto brava nell’editare video, che temo di non essere abbastanza brillante ma soprattutto detesto apparire. Vedere la mia faccia sullo schermo e sentire la mia voce in un video è sempre un’ esperienza imbarazzante (traumatica?). Per cui, fino ad ora, ho capovolto le lezioni usando dei testi scritti (che comunque funzionano abbastanza) o utilizzando i video di altre persone, magari in inglese, con la scusa del CLIL (botte piena e moglie ubriaca).

Jon Bergman, però, dice sempre che è importante usare i propri video, perchè non solo continua a rinforzare la relazione con i tuoi studenti ma ti permette di modellare il percorso secondo le tue necessità, le cose che ritieni più importanti o gli stimoli più adatti per i tuoi studenti. Insomma, se vuoi che funzioni meglio devi metterci la faccia (in tutti i sensi!).

Per quanto riguarda l’IBSE quest’anno mi sto dedicando (a piccoli passi) a quella che ritengo la sfida più difficile: l’anatomia e la fisiologia. C’è molto poco che possiamo fare per sperimentazione diretta in quest’area (a proposito avete idee o attività da suggerirmi?) quindi ho deciso di concentrarmi sull’adattamento di casi clinici o attività in stile POGIL.

È difficile trovare casi di studio adatti o trasformare cose che magari trovo online, ma la cosa più difficile è trovare il modo di avere abbastanza tempo per lavorare su queste esplorazioni IN CLASSE in modo da poter lavorare direttamente con i ragazzi che non diventano più semplici spettatori ma attori protagonisti del loro apprendimento.

Il mese scorso ho preparato le presentazioni, il testo del video, ho scelto le immagini in creative commons… insomma ero pronta a registrare video su tessuti e apparato tegumentario ma poi … ho trovato mille buoni motivi per non farlo e mi sono ripromessa che ci avrei riprovato con l’argomento successivo.

Poi, durante queste vacanze, mi sono chiesta cosa mi bloccasse davvero e ho capito che si tratta di paura e non mancanza di tempo (anche se questo è sempre davvero poco). Paura di non essere abbastanza brava/capace/interessante/brillante/…(aggiungete voi qualunque cosa e andrà bene).

Ma è davvero così importante essere perfetti? Se è così, amici, meglio mettersi seduti e rassegnarsi perchè la perfezione non arriverà mai (parlo di me, naturalmente).

Il punto è un altro. Forse bisognerebbe chiedersi: perchè voglio farlo?

Io ho voglio farlo perchè funziona, mi serve, mi permette di spremere dal tempo che ho a disposizione tutto il meglio che posso avere. Poco importa allora se i miei video non sono perfetti, se qualche volta inciampo nel parlare, così come farei in classe del resto, se  i capelli non sono a posto, se l’audio non è professionale… Sono semplicemente un’insegnante che prova a fare del suo meglio per i suoi studenti.

Quindi mi sono fatta coraggio, mi sono seduta davanti allo schermo e mentre mi ripetevo, come un mantra, una frase ormai celebre, fatto è meglio che perfetto (done is better than perfect), ho sciacciato il tasto play della videocamera.

Ecco, quindi, cosa è diventata la mia unità sul sistema scheletrico dopo qualche piccola modifica rispetto all’anno scorso.

ENGAGE: in classe (alla fine della lezione di riepilogo dell’argomento precedente) mostro alcune immagini di astronauti che si allenano nello spazio e discutiamo insieme dei possibili effetti dell’assenza di peso sull’organismo. Per casa, assegno la visione del primo video in cui spiego loro le caratteristiche fondamentali del sistema scheletrico: le funzioni, l’anatomia, la classificazione delle ossa in base alla forma, l’organizzazione strutturale dell’osso, i quattro tipi di cellule del tessuto osseo, il rimaneggiamento osseo, la differenza tra tessuto osseo compatto e spugnoso e l’ossificazione.

I ragazzi non dovranno limitarsi a guardarlo ma dovranno prendere appunti per realizzare una mappa concettuale di quanto trattato e prepararsi a discuterla in classe rispondendo ad alcune domande, annotando anche tutto ciò che non risulta chiaro.

La lezione successiva, quindi, inizieremo dalla discussione delle mappe e proseguiremo con l’attività di EXPLORE/EXPLAIN sull’omeostasi del calcio in stile POGIL. Queste prime attività richiederanno circa due ore di lezione. Alla fine dell’attività, per casa i ragazzi dovranno vedere il secondo (e ultimo) video in cui faremo il punto di quanto discusso ed esplorato in classe: gli effetti della mancanza di peso sulle ossa degli astronauti, gli effetti dell’esercizio fisico e dell’alimentazione sulle ossa, osteoporosi, calcemia e regolazione dell’ omeostasi del calcio.

Per la fase di ELABORATE, invece, dividerò la classe in tre gruppi sottoponendo lo studio di tre casi su diversi aspetti legati all’osteoporosi tratti dal database del National Center for Case Study Teaching in Science dell’University at Buffalo in cui potranno applicare quanto imparato e allo stesso tempo approfondire alcuni aspetti medici sicuramente interessanti.

La prossima settimana sperimenterò le modifiche fatte al mio percorso. Non sarà perfetto, però sono felice perchè trovato il coraggio e l’ho fatto. Non vedo l’ora di vedere come andrà!

Buon nuovo inizio a tutti voi! 🙂

 

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