La formazione dei continenti e degli oceani

Oggi voglio raccontarvi una storia che spero possa essere utile a chi sta trattando questo argomento nelle sue classi terminali di liceo e a chi, semplicemente, trova piacere personale nel leggere una “buona storia“. Se non avete fretta, mettetevi comodi.

MODELLO FISSISTA DELLA TERRA IN CONTRAZIONE

Agli inizi del Novecento si supponeva che in origine la Terra fosse stata rovente e che si fosse poi raffreddata a poco a poco.

In una prima fase, i materiali più densi sarebbero sprofondati verso il centro, mentre quelli meno densi sarebbero risaliti in superficie. In questo modo si sarebbe formato uno strato superiore con composizione granitica più leggera, chiamato sial – perché conteneva silicati di alluminio e composti di sodio e potassio – e uno inferiore più pesante con caratteristiche simili al basalto, al gabbro o alla peridotite, chiamato sima –  in quanto ricco di silicati di ferro, calcio e magnesio.

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Come sappiamo, la maggior parte delle sostanze incandescenti, raffreddandosi si contrae.

Man mano che la Terra si è raffreddata, la sua parte interna si è quindi contratta e la sua superficie si è corrugata, come la buccia di una mela che avvizzisce quando secca e si contrae, formando così le catene montuose, i continenti e gli oceani attraverso inarcamenti o sprofondamenti della crosta.

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Si riteneva, inoltre, che gli oceani fossero un tempo attraversati da estensioni di terra, lingue o veri continenti detti ponti continentali, che collegavano i continenti oggi divisi e che in seguito sarebbero scomparsi in fondo all’oceano. Le “prove” dell’esistenza di queste zone di collegamento erano fornite dall’abbondanza di fossili animali e vegetali quasi identici trovati in continenti diversi oggi separati dall’oceano.

Questa somiglianza, alla luce della teoria dell’evoluzione di Darwin, poteva essere spiegata solo in questo modo in quanto l’isolamento geografico (e quindi genetico) avrebbe dovuto dare origine a divergenze morfologiche negli organismi dei diversi continenti.

Gli unici movimenti della crosta ammessi erano movimenti verticali: parti della crosta potevano sprofondare e altre sollevarsi, ma non erano possibili movimenti orizzontali.

Verso la metà dell’ottocento, infatti, il geofisico inglese John Henry Pratt osservò un’anomalia della direzione (verticale) di un filo a piombo nella regione dell’Himalaya. Considerando una montagna come una semplice massa ammucchiata su un substrato perfettamente rigido, il filo a piombo devia verso di essa a causa dell’attrazione gravitazionale esercitata dalla massa della montagna. In realtà, la deviazione effettiva del filo a piombo risultò molto minore (circa un terzo) di quella prevista sulla base alle sue dimensioni. Da questa osservazione derivò che l’eccesso di massa della montagna sulla superficie doveva essere in qualche modo compensato dalla struttura sottostante. L’ipotesi più plausibile considerava la massa della montagna composta da materiale più leggero di quello del substrato sottostante (il mantello) e che la montagna avesse radici composte sempre da materiale meno denso che ha sostituito il substrato più pesante. In questo modo era quindi possibile spiegare l’anomalia gravitazionale riscontrata.

Nel 1855 l’astronomo inglese George Biddell Airy comprese che queste anomalie potevano essere spiegate ipotizzando che la crosta galleggi sul substrato sottostante più denso come un blocco di ghiaccio, di densità inferiore, galleggia sull’acqua. In questo caso, infatti, la forza di attrazione della montagna e quindi il suo effetto sullo spostamento del filo a piombo sarebbe diminuito fino al valore osservato. In tale situazione, maggiore è l’altezza della montagna più profonde devono essere le sue radici nel substrato. Tutto ciò poteva essere spiegato solo considerando che questo substrato più pesante si comporta come un fluido in cui la massa della montagna, più leggera, galleggia, ricevendo una spinta verticale verso l’alto che ne compensa il peso e che consente  di raggiungere un equilibrio di “galleggiamento” nel rispetto del Principio di Archimede per cui blocchi della crosta continentale più leggeri e più elevati affondano nel substrato maggiormente di blocchi di crosta oceanica più pesante  e meno spessa.

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Questa ipotesi  di Airy fu la base su cui, verso la fine dell’ottocento, il geologo americano Clarence  Dutton  formulò il cosiddetto Principio di isostasia, accettato ancora oggi, secondo cui la crosta può essere immaginata come una serie di prismi con la stessa superficie ma densità e volume diversi, che galleggiano nel mantello e raggiungono un equilibrio sulla base del loro peso. Di conseguenza, ogni variazione della massa dei blocchi crostali deve produrre uno spostamento verticale delle masse rocciose fino al raggiungimento di un nuovo equilibrio, con un meccanismo simile a quello per cui una nave che cambia il suo carico modifica la sua linea di galleggiamento. Questi movimenti verticali con cui i blocchi della crosta terrestre reagiscono ad una modificazione dell’equilibrio in cui si trovano sono chiamati movimenti isostatici e provocano lo spostamento relativo di un blocco rispetto a quelli adiacenti. Un equilibrio idrostatico definitivo non potrà mai, quindi, essere raggiunto in quanto l’erosione, la sedimentazione o altri fattori come ad esempio le glaciazioni, modificano continuamente il peso dei blocchi crostali. Inoltre l’equilibrio non viene mai raggiunto velocemente a causa dell’inerzia della crosta e dell’elevata viscosità del substrato sottostante che non può essere paragonata alla fluidità dell’acqua.

Nel corso del XX secolo la teoria dell’isostasia è stata poi confermata e perfezionata da numerose prove geofisiche tra cui dati sismici e misurazioni di movimenti isostatici in diverse regioni della Terra (per es. nella penisola scandinava)

Il modello fissista della Terra in contrazione presentava diversi punti deboli, ma fino all’inizio del XX secolo dominò gli ambienti scientifici. Solo allora cominciò a farsi strada un pensiero nuovo.

ALFRED WEGENER IL COPERNICO DELLE SCIENZE DELLA TERRA

Alfred Wegener, figlio di un pastore protestante, nacque a Berlino nel 1880. Compì i suoi studi al Kollnisches Gymnasium di Berlino e successivamente nelle università di Heidelberg, Innsbruck e Berlino. Nel 1906 andò con una spedizione danese nella Groenlandia nord-orientale per alcuni anni, allo scopo di intraprendere una ricerca meteorologica e al suo ritorno in Germania fu nominato il libero docente in astronomia e meteorologia all’Università di Marburg e scrisse un testo di meteorologia molto noto ai suoi tempi. Nel 1912 intraprese una seconda spedizione, piuttosto infruttuosa, in Groenlandia con J.P. Koch.

Dopo la prima guerra mondiale, durante la quale rivestì il grado di sottotenente di complemento e fu ferito a un braccio e al collo, Wegener fece ritorno alla vita accademica e nel 1924 accettò l’offerta di una cattedra, espressamente creata per lui, in meteorologia e geofisica all’Università di Graz in Austria. Partecipò nel 1930 ad una terza spedizione in Groenlandia, dove sfortunatamente perse la vita sui ghiacci dell’interno.

LO SPOSTAMENTO DEI CONTINENTI E DEGLI OCEANI

Il 6 gennaio 1912, durante una conferenza che si tenne a Francoforte, Alfred Wegener enunciò la teoria dello spostamento dei continenti. Secondo questa teoria, nel passato geologico alcuni continenti, galleggiando alla deriva sulla superficie terrestre, si sono spostati fino a giungere alle posizioni attuali.

La prima idea di una deriva dei continenti mi si presentò già nel 1910. Nell’esaminare la carta geografica dei due emisferi, ebbi l’impressione immediata della concordanza delle coste atlantiche, ma ritenendola improbabile non la presi per allora in considerazione. Nell’autunno 1911, essendomi capitata in mano una relazione sull’antico collegamento continentale tra il Brasile e l’Africa, venni a conoscenza dei risultati tali paleontologici ottenuti, a me ignoti fino allora. Ciò mi spinse a prendere in esame i dati acquisiti nel campo geologico e paleontologico, riferentisi a questa questione: ora, le osservazioni fatte furono così notevoli che si radicò in me la convinzione dell’esattezza fondamentale di quella idea. La partecipazione al viaggio attraverso la Groenlandia, compiuto da Kock nel 1912-13, e quindi il servizio militare mi impedirono di dare ulteriore sviluppo alla teoria. Nel 1915 tuttavia, approfittando di un permesso un po’ lungo per malattia, potrei farne un’esposizione un po’ più estesa.

A.Wegener, La formazione dei continenti e degli oceani, trad.Clara Giua, Boringhieri, Torino, ed. riv. 1964, pag.31

Il termine deriva dei continenti (continental drift) in realtà fu coniato in un secondo tempo ma si affermò universalmente nei paesi di lingua inglese, forse per la sua brevità.

Secondo lo schema di evoluzione della crosta terrestre proposto da Wegener, in origine una sottile crosta formata da rocce con la composizione chimica e mineralogica del granito (SIAL), avrebbe rivestito in continuità  l’involucro sottostante formato da rocce con la composizione chimica e mineralogica del basalto, SIMA.  Durante il Paleozoico per effetto delle forze “tidali”, che tendono a spingere verso ovest gli oggetti sulla superficie della Terra, e della forza centrifuga, che determina una sollecitazione diretta dai poli all’equatore, questo guscio sialico si sarebbe fratturato in molti frammenti che, galleggiando sul SIMA, si sarebbero riuniti in un unico supercontinente (Pangea), circondato da un unico oceano con fondale simico (Panthalassa).  La Pangea era distinta in un continente settentrionale chiamato Laurasia e uno meridionale detto Gondwana, separati in parte da un braccio di mare chiamato Tetide. Un solo grande oceano, la Pantalassa, circondava la Pangea.

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In questo modello, l’America settentrionale era unita all’Eurasia e l’America meridionale all’Africa, mentre l’Antartide e l’Australia, con in mezzo I’ India, erano unite alla parte più meridionale dell’Africa.  Wegener ipotizzò che 180 milioni di anni fa (Mesozoico) queste forze, agendo sulla Pangea, l’avrebbero poi smembrata in blocchi di dimensioni continentali, che, spinti alla deriva principalmente verso ovest con diversa velocità, si sarebbero poi allontanati tra loro dando luogo per passaggi graduali alla distribuzione attuale delle terre emerse e dei mari.

Una conseguenza dello spostamento dei continenti fu la nascita delle catene montuose: dalla deriva delle Americhe verso ovest si formarono le cordigliere occidentali (Montagne rocciose e Ande) per compressione ai margini delle masse continentali in movimento; dallo spostamento dell’Eurasia e dell’Africa si sarebbero formate le Alpi, mentre  il Caucaso e l’Himalaya dal corrugamento e dell’emersione dei sedimenti accumulati nell’oceano Tetide.

WEGENER E TAYLOR COME DARWIN E WALLACE

In realtà il primo scienziato che pubblicò (1910) un lavoro che presentava la prima ipotesi coerente e logica del movimento dei continenti alla deriva verso l’Equatore fu il geologo americano, Frank Bursley Taylor (1860 – 1938).

Taylor sosteneva che il modello della Terra in contrazione fosse inadeguato per spiegare in modo soddisfacente la distribuzione di catene montuose come L’Himalaya, le Ande e le Alpi e immaginò un massiccio movimento della crosta terrestre settentrionale verso sud (cioè verso l’Equatore) e di quella meridionale verso nord causato dalla debole forza diretta verso l’Equatore dovuta alla rotazione terrestre durante il Terziario. Per rafforzare questa idea, Taylor sostenne che verso la fine del Cretaceo o all’inizio del Terziario la Terra avrebbe catturato la Luna come suo satellite. Poiché quest’ultima ruotava velocemente avrebbe causato l’aumento della velocità di rotazione della Terra portando così alla formazione delle catene montuose. Oltre a questa ipotesi fantasiosa, la teoria di Taylor presentava anche un altro punto debole, non spiegato dall’idea della cattura della Luna, ossia il fatto che esistono catene montuose più antiche di quelle del Terziario la cui formazione non può quindi essere spiegata da questo modello.

Wegener arrivò a formulare la sua teoria dello spostamento dei continenti in modo indipendente.

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“Già nei primi tempi in cui mi occupavo della questione e più volte nello sviluppo di essa avevo trovato una conferma delle mie idee presso gli antichi autori…

Grande analogia con le mie idee ho trovato anche in un lavoro di F. B. Taylor, apparso nel 1910… Per questa idea da lui espressa, che si differenzia dalla mia solo in quanto è un poco più limitata, gli Americani parlano talvolta della teoria delle traslazioni come della teoria di Taylor-Wegener…

Io venni a conoscenza di questi lavori – anche quello di Taylor – quando la teoria della deriva dei continenti era già stata da me tracciata nelle sue linee principali, e di alcuni di essi anche parecchio tempo dopo.”

A.Wegener, La formazione dei continenti e degli oceani, trad.Clara Giua, Boringhieri, Torino, ed. riv. 1964, pag.33-34

LE PROVE A SOSTEGNO DELLA TEORIA

La ricostruzione della Pangea iniziò ad essere eseguita con grande precisione e dettaglio negli anni Sessanta del secolo scorso con l’uso di sofisticati programmi al computer.

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Prima dell’avvento della tecnologia l’incastro dei continenti veniva eseguito sulla base dell’andamento delle linee di costa secondo un procedimento che creava, però, diversi problemi: in alcune regioni vi erano sovrapposizioni di crosta continentale mentre in altre si registravano delle lacune. Questi problemi si risolsero quando ci si rese conto che i continenti, in effetti, non terminano sulla linea di costa ma alla base della scarpata continentale, a una profondità di circa 2000 m. Nei modelli computerizzati odierni, infatti, l’incastro viene eseguito usando le isobate dei 1000-2000 m.

Oltre alla prova geomorfologica che riguardava fondamentalmente la corrispondenza dei margini dei continenti, l’ipotesi della deriva dei continenti fu sostenuta da una vasta serie di dati geofisci, geologici, biologici e paleoclimatici.

I DATI GEOFISICI

La teoria dell’isostasia presume che il substrato sotto la crosta terrestre agisca come un fluido, anche di tipo molto viscoso. Secondo Wegener, se la teoria dell’isostasia è valida, e quindi le masse continentali si muovono verticalmente galleggiando in un liquido densissimo, allora la crosta terrestre è in grado di muoversi anche orizzontalmente se ci sono forze sufficienti per farlo e la dimostrazione che tali forze esistano è data dalla compressione orizzontale degli strati nelle catene montuose come le Alpi, l’Himalaya e le Ande.

Secondo le conoscenze del tempo la Terra pur essendo rigida come l’acciaio, si comporta come un corpo elastico quando su di essa agiscono forze di breve periodo come ad esempio le onde sismiche, mentre per periodi più lunghi, i tempi geologici, la Terra si comporta, invece, come un fluido.

Già nel 1912 Wegener provò l’analogia con la pece (silly putty) che si frantuma sotto il colpo di un martello come un solido fragile, ma che col tempo scorre plasticamente sotto l’azione del proprio peso, cioè quando è soggetto ad una forza di gravità meno intensa ma applicata in modo costante.

Wegener cercò di dimostrare l’esistenza di spostamenti laterali dei continenti per diversi anni registrando ogni piccola variazione di posizione attraverso continui controlli astronomici e trasmissioni radio.

Wegener aveva tentato, ad esempio, di valutare l’entità dello spostamento laterale della Groenlandia, con ripetute misure della longitudine di opportuni capisaldi, e nel 1929 le prove a disposizione sembravano indicare una deriva media verso ovest della Groenlandia rispetto all’Europa di 32 m all’anno. Questo risultato, ritenuto successivamente erroneo dallo stesso Wegener per vizi metodologici, è superiore di due ordini di grandezza alla reale velocità di spostamento delle placche (16÷20 cm/anno).

I DATI GEOLOGICI

Wegener diede molta importanza alle analogie geologiche riscontrabili sui due lati dell’Atlantico, che era considerato una spaccatura progressivamente allargatasi, i cui bordi si trovavano un tempo uniti.

Per dirlo con le parole di Wegener:

è come se ricomponessimo i pezzi di un giornale strappato, secondo i loro contorni e poi facessimo la prova se le linee stampate corrispondono. Se ciò accade è evidente che si deve ammettere che i pezzi appartenevano veramente allo stesso giornale.

A.Wegener, La formazione dei continenti e degli oceani, trad.Clara Giua, Boringhieri, Torino, ed. riv. 1964, pag.124

Quindi, se i continenti ai lati dell’Atlantico un tempo erano uniti, le rocce che si trovano in una particolare regione di un continente dovrebbero corrispondere per tipo ed età a quelle che si trovano nella posizione corrispondente nell’altro continente. In effetti, gli strati delle montagne del Capo in Sud Africa, ad esempi,  sembrano proseguire nella Sierre della provincia di Buenos Aires in Argentina e il tavolato di gneiss dell’Africa presenta molte somiglianze con quello del Brasile.

Per quanto riguarda invece i due lati dell’Atlantico settentrionale anche le antiche catene montuose della Norvegia, della Groenlandia, della Scozia, delle province atlantiche canadesi e degli Stati Uniti mostrano uno sviluppo continuo e unitario quando i  continenti ai lati dell’Atlantico vengono riuniti.

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I DATI PALEONTOLOGICI E BIOLOGICI

Nelle formazioni rocciose sedimentarie che affiorano ad Est e ad Ovest dell’Oceano Atlantico si ritrovano associazioni molto simili di flora e fauna fossile. Tra gli esempi citati da Wegener vi erano il piccole rettile Mesosaurus, conosciuto solo nel Permiano (300 milioni di anni fa) ritrovato sia in Sud Africa e nel Sudamerica (Brasile), e la Glossopteris, una felce del tardo Paleozoico (200 milioni di anni fa)  diffusa solo nei continenti australi.

Ad esempio, l’analisi dei sedimenti in cui erano contenuti i fossili di Mesosaurus indica che questo viveva in ambienti lacustri o salmastri e come tale non avrebbe potuto attraversare a nuoto l’Oceano Atlantico. Del resto se fosse stato in grado di nuotare, avrebbe potuto attraversare anche altri Oceani ed essere così distribuito su un’area molto vasta.

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La Glossopteris, invece, ritenuta a lungo una pianta cespugliosa,  in realtà era una specie arborea che raggiungeva un’altezza di circa sei metri (alcuni fossili, però, fanno pensare che potesse raggiungere addirittura un’altezza di circa 30 metri). Il fusto raggiungeva anche un diametro di 40 centimetri e il legno era molto simile a quello delle gimnosperme. Nei tronchi fossili si possono vedere molto chiaramente le impronte degli anelli di crescita. Le foglie della Glossopteris erano molto particolari e si trovano piuttosto frequentemente come fossili. La loro forma era lanceolata, allungata, simile a una lingua (da qui il nome Glossopteris, che significa “lingua – fronda); le nervature erano molto tipiche, mente gli stami erano presenti sulla superficie inferiore delle foglie.

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Altri esempi:

Il Cynognathus, il cui nome significa “mascella di cane”, era un rettile  carnivoro lungo fino a 2 m, mentre in altezza non superava il ginocchio di un uomo adulto. I suoi resti sono stati trovati in rocce del Triassico inferiore-medio (circa 230 milioni di anni fa), in Argentina e in Africa meridionale. I rettili appartenenti a questo gruppo, per molti aspetti simili ai mammiferi, vissero durante il Triassico.

Il Lystrosaurus  è un rettile terrestre erbivoro vissuto nel Triassico inferiore, circa 250 milioni di anni fa, in parti del mondo che attualmente corrispondono ad Antartide, India, Cina e Sudafrica.

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Ai tempi in cui Wegener formulò la sua ipotesi, i paleontologi spiegavano questi ritrovamenti in luoghi così distanti tra loro attraverso l’ipotesi dello sprofondamento dei continenti intermedi, ossia con l’esistenza, specialmente nell’era Mesozoica, di ponti continentali transoceanici che avrebbero permesso la diffusione e il passaggio da un continente all’altro di specie vegetali e animali. Questi ponti continentali sarebbero poi sprofondati nei fondali oceanici (dopo il Cretacico) e da quel momento la flora e la fauna avrebbe cominciato a diversificarsi.

Secondo Wegener la scomparsa di questi ponti continentali non è però sostenibile dal punto di vista geofisico in quanto la crosta continentale granitica e meno densa non può sprofondare dentro la crosta oceanica, più densa e pesante. Inoltre, non sono mai stati trovati i resti della crosta continentale che avrebbe costituito questi giganteschi ponti.

Secondo Wegener, a sostegno della teoria della deriva dei continenti c’era anche la distribuzione di un certo numero di organismi viventi come ad esempio i lombrichi e le chiocciole.  Al tempo di Wegener si scoprì che una specie di chiocciola, Helix pomata, era diffusa solamente nell’Europa occidentale e nella parte a est dell’America settentrionale.

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I lombrichi che, invece, vivono alle stesse latitudini al di qua e al di là dell’Atlantico appartengono a specie molto vicine. Ad esempio, i Lumbricidae, una specie relativamente recente di vermi di terra, sono presenti in Giappone, Asia, Europa e oltre l’Atlantico, nell’America settentrionale ma solo nella regione orientale e non in quella occidentale.

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Poiché la migrazione via mare di queste specie è da escludere, queste si possono considerare un elemento in più a favore del fatto che in passato deve essere esistito un contatto terrestre attraverso l’Atlantico.

Anche i marsupiali australiani si sono chiaramente evoluti in isolamento, almeno a partire dall’inizio del Terziario, ma la presenza di opossum marsupiali in America meridionale (e la loro assenza invece nel Vecchio Mondo) dimostra l’esistenza in passato di un collegamento con quest’ultima. A ulteriore conferma di ciò i marsupiali australiani e sudamericani hanno anche parassiti identici o almeno molto simili tra loro.

DATI PALEOCLIMATICI

Dallo studio della distribuzione dei climi sulla Terra in epoche passate attraverso le rocce sedimentarie, Wegener scoprì le prove di importanti eventi climatici che si sono verificati su scala globale alla fine del Paleozoico.

Dalla presenza di depositi glaciali, o tilliti, in Africa, in America meridionale, in Australia e in India egli dedusse che circa 300 milioni di anni fa vaste zone dell’emisfero meridionale, che oggi hanno un clima tropicale, c’erano condizioni di clima freddo. Le tilliti possono, infatti, essere interpretate in modo inequivocabile come le testimonianze di antiche calotte glaciali. Oggi la maggior parte delle zone che presentano le tracce di questa glaciazione si trova, invece, nella fascia climatica tropicale e subtropicale.

In molte aree dell’emisfero settentrionale, invece, si trovano grandi depositi di carbone, dello stesso periodo delle tilliti, che testimoniano la presenza di un clima caldo e umido. I carboni indicano, infatti, condizioni di umidità perché si possono formare solo in condizioni acquitrinose, anche se non sono buoni indicatori della temperatura. Nonostante ciò la presenza di giacimenti di carbone molto spessi  stanno ad indicare probabili condizioni tropicali di vegetazione lussureggiante.

Grandi depositi evaporitici risalenti allo stesso periodo testimoniano invece la presenza di climi caldi in diverse regioni settentrionali. Le condizioni aride sono, infatti, contraddistinte da depositi di salgemma e gesso che provano un eccesso di evaporazione rispetto alle precipitazioni, come anche da arenarie (eoliche?) del deserto che presentano aspetti petrologici particolari. A giudicare dalla distribuzione attuale dei fanghi e delle sabbie carbonatiche e dal modo in cui decresce la solubilità della calcite al crescere della temperatura, i calcari spessi sono probabili indicatori di condizioni tropicali o subtropicali. Anche gli organismi fossili possono essere utili come indicatori paleo climatici. Così la mancanza di anelli annui dei tronchi d’albero indica generalmente condizioni tropicali (per l’uniformità delle stagioni) e i grandi rettili rivelano invariabilmente un clima caldo. I coralli che sono tra i migliori indicatori di clima caldo, non sono invece citati.

Secondo Wegener l’unica spiegazione di tutti questi dati è che in quel periodo i continenti fossero uniti e spostati molto più a sud di quanto non lo siano attualmente.

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Nonostante le numerose evidenze, per molti anni la teoria della deriva dei continenti è stata fortemente discussa e spesso osteggiata.

Una delle obiezioni principali si basava sul fatto che Wegener non aveva proposto un meccanismo convincente che potesse giustificare e spiegare il movimento dei continenti. Wegener aveva, infatti, ipotizzato che la forza di attrazione della Luna potesse aver causato una migrazione verso ovest dei continenti, i quali avrebbero attraversato la crosta oceanica in modo simile a un rompighiaccio attraverso la banchisa.

Sia le forze che le modalità indicate da Wegener apparivano inadeguate e passarono alcuni decenni prima che questa idea conquistasse un più ampio consenso. Quello che accadde dopo, probabilmente, lo sapete già. 😊

Bibliografia:

  • A. Wegener, “La formazione dei continenti e degli oceani”, Boringhieri (1964).
  • A. Hallam, Una rivoluzione nelle Scienze della Terra – dalla deriva dei continenti alla tettonica a placche, Zanichelli, pag.9-10.
  • Dutton Clarence, 1889, On Some of the Greater Problems of Physical Geology. Bull. Phil. Soc. Wash., 11:51-64
  • H. Takeuchi, S. Uyeda e H. Kanamori, La deriva dei continenti, Universale scientifica Boringhieri, pag. 15

5 pensieri su “La formazione dei continenti e degli oceani

  1. Grazie Barbara,
    leggere questa storia è sempre interessante e mai noioso.
    Avevo già utilizzato il tuo materiale su Wegener con gli studenti e lo trovo davvero illuminante per stimolare menti scientifiche… Ora posso aggiungere un pezzettino della storia!
    Giulia

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  2. ll sistema solare e la Terra stessa si sarebbero formati a seguito di una violenta collisione tra una cometa ed il Sole causando l’emissione di una serie di “globi” di fuoco che raffreddandosi hanno originato i pianeti

    Nella fonderia di sua proprietà, fece costruire dieci sfere di ferro di diametro variabile da 1.3 cm a 12,5 cm e verificò la legge Newtoniana del raffreddamento

    Diede una stima dell’età della Terra prossima a 75000 anni.

    CC

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