La didattica a distanza e le biotecnologie

Cari amici,

la didattica a distanza, nella mia provincia, procede ormai da ben 66 giorni (scuole chiuse dal 24 febbraio). Come stanno andando per voi le cose?

Leggo ovunque cose buone e meno buone su questo periodo difficile. C’è chi lavora tanto (forse troppo) e si sente sfinito e chi si vanta di non fare molto perché “con lo stipendio che ci danno…”; c’è chi invoca la riapertura delle scuole e chi, come me, pensa che in questo momento sarebbe sconsiderato. Visioni contrapposte, su tutto, in cui, in realtà, tutti hanno un po’ torto e un po’ ragione.

È da tempo che non pubblico qualcosa. Il periodo è stato buio per me. Sono successe troppe cose nella mia famiglia, nella mia città, nella nostra Italia, nel mondo e a un certo punto mi sono accorta di non sentire più la spinta a guardare avanti, non sentire più la gioia del progettare, non sentire dentro di me la capacità di sorridere.

Però ogni giorno ho fatto la mia parte, come tutti del resto, cercando di fare meglio che potevo. I primi tempi è stata la novità a brillare. Ma 66 giorni sono tanti e piano piano ho visto le webcam sempre più spente e i ragazzi sempre più distratti, stanchi, lontani.

Non vi ho più scritto, è vero, ma ho fatto molti corsi (avete notato che improvvisamente sono tutti esperti di didattica a distanza?).

Come molti di voi, mi sono messa in ascolto e ho provato a capire cosa fare, come migliorare ma alla fine ho capito che, come me, nessuno sa veramente la ricetta magica per la didattica a distanza e che l’unica risposta possibile davanti a questa sfida sia quella che vale sempre, anche in presenza: dobbiamo trasformare la didattica trasmissiva in didattica attiva, cercando di tenere bene presente le modalità e i tempi di apprendimento della mente dei ragazzi. Facile, no?

Non fraintendetemi, non sto dicendo che il prodotto offerto dalle migliaia di webinar che ci sono in giro in questo momento sia scadente, anzi, dico semplicemente che la didattica a distanza ha gli stessi problemi di quella in presenza (l’eccessiva trasmissività) solo che,  a distanza, la situazione peggiora perché è accompagnata dai problemi legati all’uso (o alla non abilità d’uso) della tecnologia da parte dei docenti e, in qualche caso, persino degli studenti.

Ore e ore davanti ad un monitor, o ad un cellulare, vedendo scorrere presentazioni o sentendo parlare i docenti.

Lo confesso, solo l’idea fa venire voglia di spegnere la webcam anche a me.

Se in classe, una lezione frontale può (e sottolineo può) riuscire ad essere anche avvincente, davanti ad un monitor si schianta inesorabilmente al suolo.

Ma allora che si fa?

Se avessi LA soluzione probabilmente sarei già ricca e famosa ma io, come voi, sono una docente normale che prova a fare del suo meglio, cadendo e rialzandosi continuamente (in altre parole…non lo so!).

Però, posso dirvi quello che ha funzionato meglio per me fino ad oggi.

Per cominciare ho sempre capovolto la didattica. Prima della lezione i ragazzi esplorano i contenuti attraverso video, quando possibile, schede o semplicemente le pagine del libro di testo. La mattina, su Meet, le attività vanno dalla “semplice” discussione e analisi di quanto letto (un pezzetto per ciascuno in modo da tenerli tutti un po’ più svegli), all’analisi di problemi, esercizi, studio di casi (le attività più belle).

Alcuni argomenti li abbiamo affrontati anche con attività di inquiry stile POGIL (potremmo definirlo un inquiry con carta e penna) e stiamo cominciando anche a fare piccole investigazioni  pratiche che i ragazzi realizzano a casa, filmandosi e discutendo insieme l’interpretazione dei dati raccolti.

Insomma, con alti e bassi, sto tentando di “inquirizzare(perdonatemi la parola orrenda) anche la didattica a distanza.

Sono contenta?

Risposta complessa. Esattamente come la mia vita di questi ultimi 66 giorni, le cose sono andate con alti (pochi) e bassi (tanti).

Ci sono argomenti che ancora fatico a trasformare in inquiry-based e altri che non potranno mai esserlo. Ad esempio, se devo spiegare una tecnica delle biotecnologie, c’è ben poco da trasformare. Ci sono alcuni argomenti, quindi, che possono essere solo spiegati e quando tra te e i ragazzi c’è un monitor la faccenda si complica e non poco.

Il web è, come sempre, la mia salvezza e, da poco, ho trovato un’attività che riguarda le biotecnologie veramente, veramente bella.

L’ho trovata in quella miniera d’oro che è l’HHMI – BioInteractive che in questo periodo ha messo in evidenza le attività più adatte per la didattica a distanza già presenti all’interno del sito.

Ebbene, l’attività che vi voglio segnalare oggi riguarda il DNA profiling noto anche come DNA fingerprinting.

DNA profiling

La maggior parte degli individui della stessa specie, che siano elefanti africani, funghi portobello, querce bianche o esseri umani, hanno un DNA quasi identico. Ma la sequenza del DNA in determinate posizioni, o loci, in tutto il genoma varia da individuo a individuo. Queste variazioni possono essere utilizzate per distinguere un individuo da un altro della stessa specie. Il processo di analisi di queste variazioni di DNA ai fini dell’identificazione è noto come profiling del DNA o fingerprinting genetico. Le tecniche di profilazione del DNA sono state utilizzate, ad esempio, nelle indagini forensi (abbinando il DNA di un sospetto o di una vittima con campioni trovati sulla scena di un crimine o di un evento catastrofico come un terremoto), per test di paternità, indagini storiche, indagini su persone scomparse, identificazione delle vittime di incidenti e catalogazione dei condannati in un database.

Sebbene tra gli individui della stessa specie la maggior parte del genoma sia identico, esistono delle differenze. Il profiling  del DNA sfrutta queste differenze. Le variazioni si verificano in tutto il genoma e in particolare nelle regioni del DNA non codificante, che è il DNA che non viene trascritto e tradotto in una proteina.

Le variazioni nelle regioni non codificanti hanno meno probabilità di influenzare il fenotipo di un individuo e, quindi, i cambiamenti in queste regioni hanno meno probabilità di essere eliminati dalla selezione naturale.

La profilazione del DNA utilizza una categoria di variazioni del DNA chiamate brevi ripetizioni in tandem o STR (da Short Tandem Repeats)

Le STR sono porzioni del DNA in cui una breve sequenza nucleotidica, in genere lunghe da due a cinque basi, è ripetuta molte volte consecutivamente. Le unità ripetute sono presenti in molte parti del genoma. I punti in cui sono localizzate queste ripetizioni nei cromosomi (i loci) e le sequenze che si ripetono sono identici tra gli individui, ma il numero di ripetizioni è ampiamente variabile.

Ogni STR ha più forme alleliche, o varianti, ciascuno definito dal numero di unità ripetute presenti o dalla lunghezza della sequenza (ad esempio 15, 19 e 21 ripetizioni). Le STR sono circondate da segmenti non variabili di DNA noti come flanking regions (regioni fiancheggiatrici), importanti perché conoscere le loro sequenze consente ai genetisti di isolare la STR usando la reazione a catena della polimerasi o PCR.

L’attività

Nell’attività proposta i ragazzi non solo imparano in cosa consiste la tecnica usata per il profiling del DNA ma la applicano per risolvere alcuni casi (visto che l’ho fatta a distanza ne ho scelto solo uno).

L’attività è suddivisa in tre parti.

Nella prima parte, si apprendono le basi della profilazione del DNA, compresa la struttura e l’eredità delle STR.

Nella seconda parte, si impara come vengono compilati i profili del DNA con STR che vengono generalmente utilizzate nelle indagini forensi.

Nella terza parte, analizzano un caso di studio, ad esempio una rapina in un museo di gioielli,  e costruiscono un profilo del DNA che può essere confrontato con quello costruito a partire da un campione di DNA lasciato da un sospetto sulla scena del crimine.

I ragazzi imparano, quindi, ad interpretare i risultati dell’elettroforesi distinguendo i frammenti di DNA per lunghezza e determinando se gli individui sono omozigoti o eterozigoti in loci STR diversi, a calcolare le frequenze degli alleli e, utilizzando i dati delle frequenza, a calcolare la probabilità di “identificare” la persona sbagliata.

Il livello dell’attività non è per nulla banale e quindi è adatto ai ragazzi più grandi, ma vi assicuro che è spiegata così bene che non avrete difficoltà ad usarla.

Come sempre, vi rimando al sito originale dove potete scaricare la scheda docente, la scheda studente e una serie di casi di studio per ampliare l’offerta.

Se, invece, volete utilizzare le schede che ho tradotto e sistemato per i miei ragazzi iscrivetevi alla newsletter perché vi arriveranno nella casella di posta entro un paio di giorni.

Alla prossima cari amici. Un abbraccio a tutti voi

#restiamoacasaancoraunpo

Barbara

 

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