Limiti planetari da non superare

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Conoscete Johan Rockström?
È uno scienziato svedese riconosciuto a livello internazionale per il suo lavoro sulle questioni della sostenibilità globale. Rockström, professore di scienze ambientali del Resilience Centre di Stoccolma, ha guidato un team di scienziati di fama internazionale che ha studiato ciò che mantiene stabile il nostro pianeta per capire quali sono le condizioni planetarie che l’umanità non deve violare per evitare il rischio di cambiamenti ambientali globali catastrofici. Questo framework dei confini planetari è stato pubblicato per la prima volta nel 2009 e aggiornato nel 2015.


Nel 2021 su Netflix è uscito un documentario narrato da Sir David Attenborough che ha visto Il co-fondatore dello Stockholm Resilience Center, Johan Rockström, tra i produttori associati del film.

Quando ho visto questo documentario, ho capito che questi 9 limiti planetari da non superare sarebbero stati il filo conduttore del mio percorso per l’intero anno scolastico. Ecco una sintesi di questo incredibile lavoro.

Limiti planetari da non superare

A partire dalla Rivoluzione Industriale l’uomo è diventato per la prima volta il principale agente di cambiamento del sistema Terra, e questo starebbe producendo una transizione tra due ere geologiche: l’Olocene, cominciata circa 10.000 anni fa, e l’Antropocene.
L’Olocene è l’epoca geologica più recente e rappresenta gli ultimi 11700 anni della storia del nostro pianeta. Si tratta di un periodo caratterizzato da condizioni ambientali stabili: un periodo caldo durante il quale la temperatura media del pianeta Terra varia di appena 1 °C nel corso della sua intera durata. Questo ambiente ha consentito la nascita dell’agricoltura e lo sviluppo della civiltà moderna che conosciamo oggi.
Durante tutto l’Olocene la stabilità del pianeta ha fornito cibo, acqua da bere e aria pulita da respirare ma l’influenza dell’uomo sul pianeta Terra ha raggiunto un livello tale che abbiamo creato una nostra era geologica.
Di recente alcuni scienziati sostengono che l’Olocene è terminato e che ora ci troviamo nell’Antropocene: l’era degli esseri umani perché in questo momento siamo i principali fattori di cambiamento del pianeta Terra. Abbiamo convertito metà delle terre abitabili in campi coltivati o allevamenti di bestiame, spostiamo più rocce e sedimenti di quanto facciano i processi naturali della Terra, la pesca viene praticata in più di metà degli oceani, 9 persone su 10 respirano aria malsana e nell’arco di una sola vita abbiamo riscaldato la Terra di oltre 1 °C.
In un lasso di tempo di appena 50 anni siamo riusciti a spingerci fuori dallo stato di stabilità in cui il mondo si trovava da circa 2000 anni e stiamo correndo il rischio di destabilizzare l’intero pianeta.

Secondo i ricercatori, questo è lo scenario che si presenterà se verranno oltrepassati certi limiti, definiti confini planetari (Nature, 2009) caratteristici di nove processi ambientali-chiave legati alla capacità del sistema Terra di autoregolarsi, su cui l’umanità ha potere di intervenire:

  1. cambiamenti climatici
  2. destinazione dell’uso dei suoli (configurazione del territorio)
  3. perdita di biodiversità
  4. consumo di risorse idriche
  5. alterazioni dei cicli dell’azoto e del fosforo (apporto dei nutrienti) 6. acidificazione degli oceani
  6. nuove entità
  7. inquinamento dell’aria
  8. riduzione della fascia di ozono stratosferico.

1. I CAMBIAMENTI CLIMATICI
Il primo limite è il più ovvio e il più noto a tutti: il clima della Terra. Con le temperature globali più alte di sempre, sin dall’alba della civilizzazione, c’è il pericolo concreto di aver già oltrepassato il limite del clima della Terra. Forse la prova più preoccupante di ciò e lo scioglimento dei ghiacciai (anche se il termine scientifico corretto è fusione) del pianeta.
Da uno studio pubblicato su Nature nel 2020 da Ricarda Winkelmann e i suoi colleghi del Potsdam Institute for Climate Impact Research (Germania), emerge che siamo già arrivati al punto di non ritorno: negli ultimi 20 anni lo scioglimento dei ghiacciai è accelerato su scala globale: abbiamo perso 267 miliardi di tonnellate di ghiaccio all’anno, con un’impennata del 130% tra il 2000 e il 2019. Si tratta di nuove misurazioni ad altissima precisione di oltre 217.000 ghiacciai del mondo, praticamente tutti quelli esistenti escluse le calotte di Groenlandia e Antartide, grazie alle quali è stato possibile misurare le variazioni di spessore di quasi tutti i ghiacciai mondiali e non solo di quelle poche centinaia che vengono solitamente monitorate perché più facilmente accessibili. Secondo i ricercatori, anche si riuscisse a limitare l’aumento delle temperature ai valori attuali, potrebbe non essere sufficiente per ripristinare le condizioni dei ghiacciai a prima dello scioglimento.

Lo scioglimento dei ghiacciai comporta una serie di conseguenze tra cui:

  • aumento del livello degli oceani, con conseguente possibilità che alcune aree continentali vengano sommerse;
  • stravolgimento del clima e delle condizioni meteo: l’aumento dei livelli del mare e degli oceani può comportare
    cambiamenti repentini delle temperature e l’avvento di fenomeni atmosferici estremi come alluvioni e tornado;
  • riduzione della biodiversità dovuta al cambiamento dell’habitat di molte specie marine e terrestri: se cambiano le caratteristiche del luogo che ospita alcune specie animali, quest’ultime non potendo adattarsi rischiano di scomparire.

Perdere i ghiacciai significa, quindi, perdere l’effetto raffreddante in grado di mantenere stabile la temperatura della Terra.

Durante l’Olocene i ghiacciai perenni riflettevano la giusta quantità di energia solare verso lo spazio. Quando l’energia solare colpisce una superficie chiara, come quella della neve o del ghiaccio, il 90-95% di questa energia viene riflessa nell’atmosfera. Al contrario, le superfici terrestri più scure assorbono una percentuale molto maggiore di energia solare e si riscaldano. Quindi, quando la copertura di ghiaccio e neve è maggiore, la maggior parte dell’energia solare viene riflessa per effetto dell’albedo, la superficie terrestre trattiene meno calore e il clima si raffredda.
Quando, invece, le distese di ghiaccio iniziano a sciogliersi, non solo le loro dimensioni diminuiscono, le zone periferiche diventano più scure e assorbono il calore, ma il fatto di avere una superficie liquida sul ghiaccio ne cambia il colore e così facendo si può arrivare a un punto in cui lo strato di ghiaccio passa dall’essere auto-raffreddante all’essere auto-riscaldante e questo è il punto di non ritorno più allarmante dell’intero sistema Terra.

L’effetto albedo che determina il cambiamento climatico a livello globale è prodotto principalmente dalle calotte glaciali della Groenlandia e delle regioni antartiche, oltre che dai ghiacci marini. L’albedo dei ghiacciai più piccoli influisce soltanto sulle condizioni locali.
L’ultimo picco glaciale si è verificato circa 18 000 anni fa. La crescita della calotta glaciale e dei ghiacciai in Nord Europa e Nord America ha causato un abbassamento del livello del mare di circa 120 metri.

Attualmente, nella maggior parte delle regioni del mondo, la massa perduta dai ghiacciai supera la massa accumulata. Ciò è dovuto principalmente all’aumento delle temperature atmosferiche. Gli aumenti di temperatura dipendono in gran parte dal crescente effetto serra dovuto alle emissioni di gas di scarico nei paesi industrializzati. Di conseguenza, la maggior parte dei ghiacciai della Terra si sta ritirando.

Un punto di non ritorno è la soglia oltre la quale un cambiamento è irreversibile. È come un treno parcheggiato in discesa che lentamente comincia a muoversi. Se lasciamo andare i freni il treno inizia ad accelerare a causa della gravità e diventa sempre più veloce fino a che non ne perdiamo il controllo. In questo momento abbiamo già perso i freni che potrebbero impedire lo scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia.

Nel corso dei millenni in Groenlandia si è accumulata molta neve creando una cupola di ghiaccio spessa 3 km e a quell’altezza la temperatura è estremamente bassa.
Man mano che si scioglie, la superficie della calotta glaciale scende verso l’aria più calda, velocizzando il processo. Più si scioglie, più la temperatura deve essere bassa per invertire il processo ma il clima attuale è già troppo caldo per la Groenlandia.
Il clima contemporaneo ha già superato il limite della Groenlandia al punto che attualmente è arrivata a perdere 10.000 m3 di ghiaccio al secondo. Questo è il ritmo di perdita medio e il processo non potrà fare altro che andare avanti man mano che aumenta la temperatura.

A meno che non riusciamo a raffreddare notevolmente il clima, lo scioglimento della calotta polare in Groenlandia sarà inevitabile.

Lo scioglimento della calotta glaciale in Groenlandia innalzerebbe il livello del mare di 7 m in tutto il mondo. Centinaia di città sparse sulla costa adesso, sono già minacciate dall’innalzamento del mare. La stabilità del livello del mare è stata la chiave per lo sviluppo delle civiltà moderne.
La Groenlandia è solo una delle calotte polari della Terra ed è minuscola in confronto a quella antartica.

Fino a pochi anni fa c’era la convinzione che l’Antartide fosse un sistema resiliente. Si pensava che la sua calotta glaciale non venisse influenzata dai vari cambiamenti climatici ma ormai questa convinzione è stata smentita. Oggi si possono osservare fenomeni di scioglimento accelerati e perdita di massa e ghiaccio anche nell’oceano antartico.
Se si sciogliesse completamente, l’Antartide occidentale farebbe innalzare il livello del mare di più di 5 m, mentre la parte orientale produrrebbe un effetto 10 volte superiore con un innalzamento potenziale di 50 m.

È importante capire che tutti gli elementi del sistema terra sono connessi fra loro. Se una parte del sistema climatico dovesse oltrepassare il suo punto di non ritorno questo potrebbe aumentare le possibilità che altre parti del sistema superino il loro limite critico. Possiamo provare a immaginarlo come una sorta di effetto domino se facciamo cadere una tessera si può innescare un effetto a cascata. Risulta abbastanza chiaro che con il riscaldamento globale stiamo correndo seriamente il rischio di superare dei punti di non ritorno nel sistema Terra.

Quando oltrepassiamo i punti critici scateniamo dei cambiamenti irreversibili. Ovviamente la temperatura globale aumenta soprattutto a causa dei gas
serra, quindi, nel caso dei cambiamenti climatici il parametro di controllo è la concentrazione dell’anidride carbonica, che non dovrebbe superare le 350 ppm (parti per milione).

La temperatura media del pianeta dipende, quindi, dalla concentrazione di anidride carbonica presente nell’atmosfera. Nel corso dell’Olocene questa concentrazione è rimasta relativamente costante, ma tutto è cambiato con l’avvento della rivoluzione industriale. Nel 1988 sono state emesse 350 parti per milione di anidride carbonica nell’atmosfera terrestre. Quello è l’anno in cui è stato superato il limite, da quel momento rischiamo di causare cambiamenti che porteranno il riscaldamento sempre più fuori controllo.
Superare le 350 PPM di concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera significa entrare in una zona di pericolo. 350 parti per milione è il primo dei limiti (o confini) planetari da non superare, ma questo limite è stato già oltrepassato da molto tempo. In questo momento abbiamo raggiunto un punto in cui la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera è di circa 415 parti per milione. Stiamo già iniziando ad assistere agli effetti del trovarci nella zona a rischio dei limiti climatici in termini di aumento di frequenza:

  • dei periodi di siccità,
  • delle ondate di calore,
  • delle inondazioni,
  • dello scioglimento accelerato dei ghiacciai,
  • del disgelo accelerato del permafrost e
  • degli incendi delle foreste.

A breve distanza c’è una seconda soglia: ci stiamo avvicinando rapidamente alle 450 parti per milione di anidride carbonica.

La zona di pericolo dei limiti planetari è definita dal margine di incertezza della scienza. Oggi la nostra stima è che il margine di incertezza scientifico si trovi fra le 350 PPM, che è il confine tra la zona sicura e l’inizio di quella di pericolo, e le 450 PPM, che è il valore in cui si abbandona la zona di pericolo per entrare in quella ad altissimo rischio. Se entriamo nella zona ad alto rischio il superamento dei punti di non ritorno diventa probabile se non inevitabile e questa è una stima conservativa dato che i segnali di questo pericolo sono già intorno a noi.

Per dirlo in modo semplice: il limite dell’aumento climatico è di 1,5 °C. Siamo già arrivati a 1,1 e ci avviciniamo a 1,5 e la nostra unica occasione di restare entro i limiti climatici del pianeta è che si riesca a raggiungere un’economia mondiale libera dai combustibili fossili entro trent’anni.

Questo obiettivo per la temperatura globale è, però, solo una piccola parte di un quadro più grande perché la stabilità del nostro pianeta dipende anche da altri fattori oltre al clima.

Limiti per la biosfera
Le ricerche hanno stabilito che esistono anche quattro limiti per la biosfera ossia la parte del pianeta che riguarda gli esseri viventi:

il primo è la composizione dei biomi sulla Terra e la destinazione d’uso dei suoli.
il secondo è la biodiversità, ossia tutte le specie che popolano l’acqua e la terra.
il terzo è il consumo di risorse idriche legate al ciclo idrologico.
il quarto è l’apporto dei nutrienti fondamentali per il funzionamento della vita all’interno della biosfera (alterazione dei cicli dell’azoto e del
fosforo).

2. DESTINAZIONE D’USO DEI SUOLI
Il primo dei limiti della biosfera, la composizione dei biomi sulla Terra, è turbato da quando stiamo trasformando gli habitat naturali, ossia dalla destinazione d’uso dei suoli. Ad esempio, ci stiamo avvicinando rapidamente a un punto di non ritorno per una delle foreste più grandi rimaste al mondo: l’Amazzonia.
Esperimenti eseguiti nella foresta amazzonica hanno mostrato che il disboscamento dell’Amazzonia per fare spazio a pascoli, ai campi di soia sta facendo seccare la foresta.
In Amazzonia la stagione secca dura un massimo di tre mesi ma con il riscaldamento globale il decadimento della foresta dovuto alle attività umane, in particolare l’allevamento e la coltivazione della soia, la stagione secca è diventata di circa sei giorni più lunga ogni 10 anni.
Sin dagli ormai lontani anni ‘80 man mano che la foresta è disboscata e frammentata perde la capacità di riciclare l’acqua e di generale la pioggia durante la stagione secca. Se la stagione secca superasse i quattro mesi, gli alberi della giungla morirebbero e sarebbero sostituiti dalla savana un processo chiamato savanizzazione. Ci sono già i segnali che alcune parti dell’Amazzonia stanno cambiando.
Con la deforestazione del 20-25% in aggiunta all’aumento del riscaldamento globale è altamente probabile che si verifichi un processo irreversibile di savanizzazione che potrebbe intaccare il 50-60% dell’intera foresta amazzonica.


In Amazzonia è già andato perso quasi il 20% della foresta pluviale e potremmo essere vicini a trasformare l’amazzonia da alleato della Terra a nemico del pianeta. Se la giungla diventa savana, gli alberi muoiono e viene liberata anidride carbonica nell’atmosfera.
La perdita di foresta amazzonica potrebbe rilasciarne 200 miliardi di tonnellate nel corso dei prossimi 30 anni. Sarebbe una quantità equivalente al carbonio emesso in tutto il mondo negli ultimi 5 anni.
Il problema, però, non riguarda solo le foreste pluviali. Tutti i tipi di alberi sono preziosi per mantenere la stabilità del nostro pianeta tanto che basta una perdita del 25% delle foreste a innescare le conseguenze catastrofiche del superamento del punto critico e ne sono già state disboscate quasi il 40%: siamo già da tempo nella zona di pericolo di questo limite.

3. PERDITA DI BIODIVERSITÀ
Un’altra conseguenza della deforestazione è la perdita della biodiversità della natura. La biodiversità è il secondo dei limiti della biosfera perché è alla base della nostra abilità di prosperare sulla Terra.
La natura sta subendo un degrado a un ritmo e su una scala che non ha precedenti nella storia dell’essere umano. In questo momento, un milione di specie di piante di animali sparse per il mondo, su un totale stimato di 8 milioni, sono minacciate dal rischio di estinzione. Se dovessimo continuare con questa tendenza negativa potremmo dirigerci verso la sesta estinzione di massa.
In appena 50 anni, l’umanità ha spazzato via il 68% delle specie selvatiche che popolano il pianeta. È chiaro che siamo al centro di una crisi della biodiversità. Perdendo la base dell’esistenza, ossia tutta la biodiversità, stiamo mettendo in pericolo la nostra stessa vita sulla Terra. Con le tendenze negative attuali in termini di biodiversità non saremo in grado di nutrire il pianeta, per questo motivo abbiamo bisogno di una natura perfettamente funzionante.

Ad esempio, in tutta Europa il bombo è uno dei principali impollinatori delle colture alimentari ma negli anni ‘90 nel Regno Unito è stato dichiarato estinto. Scienziati inglesi sono andati in Svezia per prelevare delle regine di bombo a pelo corto e portarle nel Regno Unito per cercare di salvare l’ecosistema che stava andando distrutto.
Circa il 70% delle colture alimentari dipende in qualche misura dall’impollinazione degli insetti ma l’espansione della monocoltura intensiva sta portando a una loro drastica diminuzione. L’ironia della sorte sta nel fatto che la produzione globale di cibo sta spazzando via proprio la risorsa da cui essa dipende. Questa è una delle prove che la biodiversità non è qualcosa che dobbiamo proteggere per la sua bellezza o per qualche tipo di responsabilità morale da parte di una specie, l’uomo, verso un’altra specie di flora e fauna, ma, al contrario, è il requisito per il funzionamento della nostra intera società. Si tratta di un tassello fondamentale del puzzle per far sì che la produzione del cibo, la pulizia dell’aria e dell’acqua, l’assorbimento del carbonio, il riciclo di nutrienti funzionino. Gli scienziati hanno cercato di calcolare i benefici forniti da grandi quantità d’insetti semplicemente con le loro normali attività giornaliere. Ogni specie opera in modo leggermente diverso dalle altre ma il valore di quello che fanno è incommensurabile.
Un pianeta senza insetti è un sistema che non può funzionare e ovviamente il declino non si limita soltanto agli insetti, ma anche flora e fauna vengono spazzate via man mano che l’agricoltura si espande e occupa le terre abitabili del globo. Oggi di tutte le specie di uccelli della terra solo il 30% sono selvatiche e di tutti i mammiferi del pianeta le specie selvatiche costituiscono in base al peso solo il 4%. Dove risiede il limite per la biodiversità? Quanto possiamo ancora perdere del mondo naturale prima che si arrivi al collasso della nostra società?

Nel mondo naturale sono presenti una moltitudine di punti di non ritorno ed è difficile tradurli concretamente in termini di limiti planetari quando si parla di biodiversità perché la vita è una questione complicata.
A causa della sua complessità è difficile individuare un limite univoco per la perdita della natura, tuttavia una cosa è certa: l’abbiamo già superato abbondantemente. Ci troviamo in piena zona rossa, siamo in un punto estremamente pericoloso per quanto riguarda la perdita delle specie sulla Terra e la distruzione degli ecosistemi. La perdita della biodiversità va fermata il più in fretta possibile.
Questo è il momento di stabilire un termine limite per fermare tutto. Dobbiamo smettere di perdere specie selvatiche. L’equivalente del limite di 1 grado e mezzo per il riscaldamento globale sarebbe la perdita di zero specie da qui in poi.

4. CONSUMO DI ACQUA DOLCE E CICLO IDROLOGICO

Il terzo limite per la biosfera riguarda il sistema idrico del pianeta dal momento che l’acqua dolce è un’altra delle basi su cui si fonda tutta la nostra società. Tutti noi abbiamo bisogno della bellezza di 3000 litri (3 tonnellate) d’acqua dolce a persona ogni giorno soltanto per restare in vita. Ci servono solo 50 litri per l’igiene e per bere, nei paesi ricchi vengono usati altri 100 litri al giorno per lavare e per le esigenze casalinghe, le industrie ne usano altri 150 per un totale di 300 litri circa, tutto il resto, gli altri 2500 litri, sono per la produzione di cibo, si tratta dell’acqua dolce di cui abbiamo bisogno per produrre tutto quello che portiamo in tavola quando dobbiamo mangiare.


Quanta acqua ci serve per alimentare tutto il mondo? Esiste una soglia globale per l’uso di acqua dolce oltre la quale il sistema inizia a collassare?

I ricercatori hanno eseguito una scansione di tutti i bacini idrografici presenti nel mondo e hanno cercato di definire quale fosse la quantità minima di deflusso delle acque che ogni bacino deve avere per mantenere l’umidità necessaria al sistema per avere un ecosistema rigoglioso, buone riserve d’acqua e bacini idrici funzionanti.
Il volume d’acqua che attualmente viene estratto da ogni fiume ci fa capire perché molti di essi corrono il rischio di finire prosciugato.
A livello globale oggi ci troviamo ancora nella zona sicura per quanto riguarda l’acqua dolce ma secondo le analisi ci stiamo spostando in fretta verso la zona di pericolo.

5. CIRCOLAZIONE DELLE SOSTANZE NUTRITIVE

Il quarto e ultimo limite della biosfera riguarda la circolazione delle sostanze nutritive come azoto e fosforo. Sono i componenti essenziali di tutti gli esseri viventi nonché ingredienti chiave dei fertilizzanti.
Per produrli, prendiamo l’azoto dall’aria e lo convertiamo chimicamente in una forma che le piante sono in grado di utilizzare o nel caso del fosforo lo tiriamo fuori dalla terra e lo estraiamo. Abbiamo sviluppato dei processi chimici e delle tecniche di estrazione del fosforo molto più efficienti delle precedenti. Questo essenzialmente ha raddoppiato, triplicato o addirittura quadruplicato la produzione di sostanze alimentari in tutto il mondo. È un progresso importante per sfamare la popolazione crescente ma dà origine all’abitudine di usare molto più fertilizzante di quello che effettivamente serve. Queste sostanze si riversano nei corsi d’acqua e questo eccesso porta ad processo chiamato eutrofizzazione. Si tratta di una fioritura di alghe. Nell’acqua sembra uno strato di sporcizia di colore blu-verde che copre la superficie dei laghi. Spesso hanno anche un cattivo odore perché le alghe stesse marciscono. Il processo di decomposizione delle alghe consuma ossigeno e la riduzione dell’ossigeno nell’acqua fa sì che cambi la composizione chimica dei sedimenti sul fondo del lago, provocando il rilascio di altro fosforo. Quando si verifica l’eutrofizzazione si crea un ciclo a feedback positivo che fa rilasciare sempre più fosforo all’interno del lago e in pratica lo mantiene in quello stato.

Abbiamo lo stesso problema di eutrofizzazione anche negli oceani, dove quegli stessi nutrienti sono la causa delle cosiddette zone morte e al giorno d’oggi queste zone morte si trovano in qualche centinaio di luoghi in tutto il mondo. L’eutrofizzazione degli oceani potrebbe essere stato uno dei fattori determinanti di una delle 5 estinzioni di massa che si sono verificate in passato. Oggi alcune zone morte si sono già espanse fino a coprire superfici di migliaia di chilometri quadrati. L’uso eccessivo del fosforo e dell’azoto è una delle influenze meno conosciute ma di maggiore impatto che stiamo esercitando sulla biosfera. Ci troviamo già all’interno della zona di pericolo, siamo ben oltre limite delle sostanze nutritive.

I nutrienti, l’acqua, le nostre foreste, la biodiversità e il clima sono le 5 componenti principali del nostro pianeta che regolano la stabilità e sono alla base della nostra sopravvivenza, tuttavia, il quadro non è ancora completo. Un altro dramma poco conosciuto si sta verificando negli oceani. Il suo impatto sulla stabilità del pianeta potrebbe soverchiare tutti gli altri e quando immettiamo anidride carbonica all’interno dell’atmosfera circa 1/3 di quelle emissioni vanno a finire nelle acque degli oceani.

6. ACIDIFICAZIONE DEGLI OCEANI

La dissoluzione di anidride carbonica nell’oceano ne modifica il pH e lo rende meno alcalino, o più acido, da qui il nome acidificazione degli oceani.
Quando l’anidride carbonica si dissolve nell’acqua crea acido carbonico (H2CO3). La vulnerabilità maggiore riguarda le acque più fredde. In questi ultimi decenni gli oceani del mondo sono diventati più acidi del 26% e finché la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera resterà così alta, continueranno ad acidificarsi. L’acido reagisce con gli ioni carbonato presenti nell’acqua e ne riduce la concentrazione. L’acidificazione colpisce un grande numero di organismi, soprattutto quelli che hanno bisogno di carbonio per formare il proprio scheletro come ad esempio molluschi, ostriche e mitili.
Il cambiamento globale dell’acidità del pH degli oceani può causare estinzioni di massa. Lo abbiamo già visto ripetutamente nel corso delle ere geologiche. Siamo ancora entro i limiti di sicurezza per quanto riguarda l’acidificazione degli oceani ma ci stiamo spingendo verso la zona di pericolo e potenzialmente verso una catastrofica estinzione di massa.

Nonostante la complessità della Terra i ricercatori hanno compreso che i sistemi che mantengono il pianeta stabile sono solo 9 ma non è ancora possibile determinare trovano i limiti di due di essi.

7. LE NUOVE ENTITÀ

Il primo è un insieme di sostanze inquinanti prodotte dall’uomo. Vengono chiamate nuove entità e tra queste ci sono le scorie nucleari, gli inquinanti organici persistenti, i metalli pesanti e le microplastiche. Esistono 100.000 nuovi materiali creati dall’uomo, e una qualunque combinazione di questi potrebbe interagire con l’ambiente in modi catastrofici. Per il momento questo limite non è quantificato semplicemente non conosciamo gli effetti a lungo termine o cumulativi di queste sostanze inquinanti ma la maggior parte di queste ha il potenziale di causare uno sconvolgimento planetario se non le si controlla in qualche modo.
In particolare, c’è un tipo di sostanza inquinante che sta già avendo un impatto globale al punto di avere già un suo limite.

8. INQUINAMENTO ATMOSFERICO

Gli aerosol sono essenzialmente particelle presenti nell’atmosfera, sono quelle che vengono chiamate polveri sottili dell’inquinamento atmosferico. Il 75% è prodotto dai combustibili fossili. Le vediamo nel cielo sotto forma di nebbia perché intercettano la luce del sole, la disperdono come fossero specchi e causano il cosiddetto oscuramento globale (global dimming). Questi aerosol influenzano il clima. Dato che riducono la luce solare, ovvero la principale fonte di energia che regola la temperatura del pianeta, questi aerosol causano un raffreddamento coprendo gli effetti del riscaldamento globale. Si potrebbe pensare che sia una cosa buona ma sfortunatamente non lo è: dal momento che lo nasconde non vediamo ancora pienamente il mostro dell’effetto serra. Questo raffreddamento provocato dagli aerosol nasconde il 40% del riscaldamento globale ma ad un prezzo molto alto. L’inquinamento atmosferico uccide più di 7 milioni di persone all’anno e mediamente abbrevia di circa tre anni l’aspettativa di vita di ciascuno di noi. Il limite per l’inquinamento atmosferico non è ancora stato determinato scientificamente ma considerati i 7 milioni e mezzo di morti a causa di queste particelle si può dire che abbiamo già superato da tempo il limite per quanto riguarda gli aerosol.

9. LO STRATO DI OZONO

Per concludere il nono limite è lo strato di ozono. Ha la particolarità unica di essere il solo limite in cui ci stiamo muovendo nella direzione giusta. L’ozono intercetta le radiazioni ultraviolette nocive che incidono direttamente sul nostro DNA e causano malattie mortali come il tumore della pelle. Per questo motivo, la scoperta negli anni ‘80 del buco nell’ozono antartico ha scatenato il panico globale. La scoperta del buco nell’ozono causato dal rilascio in atmosfera di sostanze chimiche inquinanti, ha convinto le nazioni a eliminarle gradualmente. È stato davvero eccezionale vedere come gli avvertimenti scientifici si sono tradotti in azione politica. Questo è stato il primo e unico esempio della nostra effettiva capacità di gestire l’intero pianeta. Siamo in grado di tornare a uno spazio operativo sicuro dopo esserci pericolosamente avvicinati alle zone ad alto rischio del pianeta ed è quello che abbiamo fatto in questa occasione. Gli scienziati hanno lanciato l’allarme e il mondo si è messo in azione.
Oltre allo strato dell’ozono, almeno per il momento siamo all’interno dell’area sicura per quanto riguarda l’acidificazione degli oceani e l’acqua dolce ma non sappiamo ancora quanto siamo vicini alla zona di pericolo per l’inquinamento atmosferico, gli altri agenti inquinanti e le nuove entità.

La cosa più preoccupante è che abbiamo già superato almeno quattro dei 9 limiti: il clima, la perdita delle foreste, le sostanze nutritive e la biodiversità. Stiamo attraversando una linea da cui non c’è ritorno e ormai siamo pericolosamente vicini a portare la Terra nelle condizioni in cui non potrà più sostenere la nostra civiltà. Quello che vediamo nel mondo oggi conferma il modello dei limiti planetari, ci fornisce delle prove concrete dato che siamo nella zona di pericolo nell’ambito del clima e in quella ad altissimo rischio nell’ambito della perdita di biodiversità. Assistiamo a un aumento della siccità, alle conseguenze sulla foresta pluviale, agli incendi in Australia, in Amazzonia, allo scioglimento precoce dei ghiacciai, al collasso del sistema corallino.
I coralli che sbiancano sono molto malati. I coralli diventano bianchi quando le acque sono eccessivamente calde, cosa che succede con sempre maggiore frequenza e intensità come conseguenza del riscaldamento globale. In condizioni termiche estreme come quelle che abbiamo visto negli ultimi decenni con il fenomeno dello sbiancamento di massa possono morire molto velocemente, praticamente si “cuociono”. L’impatto di un evento di questo tipo è 10 volte più devastante del peggior uragano tropicale di categoria 5. Questo fenomeno è fuori da ogni misura sia in termini di entità degli effetti che della frequenza con cui si sta verificando. Prima lo sbiancamento era un evento raro e localizzato ma negli ultimi due decenni le ondate di calore marino lo hanno reso un fenomeno molto diffuso. Tre dei 5 eventi di sbiancamento più importanti sono avvenuti negli ultimi 5 anni. L’intervallo tra un evento e l’altro si riduce sempre più. Per la prima volta abbiamo visto verificarsi uno sbiancamento della grande barriera corallina in due estati consecutive nel 2016 e nel 2017. Questi intervalli sono essenziali perché consentono ai coralli di riprendersi. Metà dei coralli della barriera sono già morti.
I modellisti climatici e i biologi ci dicono che le emissioni di carbonio di ordinaria amministrazione finiranno per provocare episodi di sbiancamento consecutivi un’estate dopo l’altra entro la fine del secolo. Abbiamo superato il punto di non ritorno anche per i coralli.

Gli incendi boschivi del 2020 sono i più devastanti della storia australiana. Secondo le stime degli scienziati l’incendio ha ucciso o costretto alla fuga tre miliardi di animali: 1.430.000 mammiferi, due miliardi e 460 milioni di rettili, 180 milioni di uccelli e 51 milioni di rane.
Queste cifre sono veramente enormi. Gli incendi, lo sbiancamento dei coralli sono conseguenze del fatto che abbiamo superato il limite climatico. È la distruzione della natura la causa scatenante di quello che finora è senza alcun dubbio l’impatto più esteso e destabilizzante sul pianeta.

La pandemia da COVID-19 sta avendo effetto globale che ci ha colto impreparati. Ha sovraccaricato il servizio sanitario e messo in ginocchio l’economia mondiale.
Sebbene abbia sorpreso molti, l’organizzazione mondiale della sanità aveva avvisato che sarebbe successo.
Le malattie zoonotiche emergono e si diffondono nella popolazione umana quando la resilienza della natura si indebolisce. Non è una natura sana quella che genera una pandemia. In termini di trasmissibilità della malattia possono contagiarci solo alcune specie in determinate circostanze e quando invadiamo il loro habitat naturale in modo aggressivo. Per questo salute umana, salute animale e salute ambientale sono tre elementi strettamente legati.

Per la prima volta nella storia, il COVID-19 ci ha fatto capire che quando qualcosa va per il verso sbagliato dall’altra parte del mondo all’improvviso può colpire l’intera economia mondiale e cambiare la nostra vita in un batter d’occhio. L’apparizione del COVID-19 è stato un chiaro avvertimento che non va tutto bene sul nostro pianeta ma ci ha anche offerto un’opportunità per ricostruire in una nuova direzione.

Grazie agli studi di Johan Rockström e dei suoi colleghi che hanno fatto luce sulla questione vediamo chiaramente i limiti e vediamo il percorso per tornare a uno spazio sicuro, a un futuro più resiliente.
Siamo arrivati ad un punto in cui c’è bisogno di strutturare l’intero modello di crescita intorno alla sostenibilità e lasciare che sia il pianeta a guidare le nostre azioni.
Una priorità immediata è quella di ridurre le emissioni di carbonio a zero e stabilizzare la temperatura globale più in basso possibile.
C’è ancora uno spiraglio per evitare di far aumentare la temperatura di 2°, possiamo anche evitare di arrivare a 1 grado e mezzo, però questa possibilità è ormai soltanto uno spiraglio sottile.
Dall’inizio della rivoluzione industriale a oggi abbiamo emesso ben 2400 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. Per mantenerci sotto il grado e mezzo possiamo emetterne al massimo altri 300 miliardi in totale. Se, invece, continuiamo a mantenere il ritmo di 40 miliardi di tonnellate ogni anno finiremo per esaurirle tutte nell’arco di 7 anni. Ovviamente non possiamo chiudere tutte le centrali elettriche del mondo da un giorno all’altro quindi l’unico modo ordinato per riuscirci è invertire la curva di emissioni globali perché tutte le ricerche dimostrano che questa è l’ultima occasione che abbiamo per invertire il corso degli eventi.

Qual è il ritmo più veloce per ridurre le emissioni che possiamo permetterci? Nessuno studio suggerisce di andare più veloce del 6-7% l’anno, perché una riduzione del 6-7% vuol dire dimezzarle entro 10 anni. Diminuire le emissioni della metà ogni 10 anni è un cambio di ritmo esponenziale. Chiunque può adottare questo ritmo, possiamo farlo anche individualmente cercando di diminuire le emissioni della metà ogni 10 anni, il che vorrebbe dire liberarci dai combustibili fossili in una generazione cioè entro 30 anni. Anche le aziende, le nazioni e il mondo intero possono, anzi devono farlo.
Eliminare gradualmente i combustibili fossili ovviamente sarà il primo passo del nostro viaggio verso la zona sicura dei limiti climatici. Ridurrà notevolmente l’inquinamento dell’aria, rallenterà l’acidificazione degli oceani e farà calare lo stress sulla biodiversità, ma non basta azzerare le emissioni dobbiamo anche far diminuire il livello di anidride carboniche che sta surriscaldando il pianeta e c’è un modo molto efficace per riuscirci: piantare nuovi alberi.
Un impegno globale di piantare miliardi di alberi potrebbe essere la soluzione alla crisi climatica più efficiente a livello di costo e più facile da realizzare. Far crescere nuovi alberi è vitale per contrastare l’anidride carbonica che continuiamo ad emettere mentre cerchiamo di raggiungere l’annullamento delle emissioni il più presto possibile. Naturalmente assorbire anidride carbonica è solo uno dei benefici forniti dagli alberi.

La presenza degli alberi contribuisce anche a prevenire l’erosione del terreno nelle immediate vicinanze. Se un’area è totalmente sprovvista di alberi la conseguenza è che si verificano meno precipitazioni. Se piantassimo nuovi alberi, nei campi aumenterebbe la fertilità del terreno e quindi la loro produttività. Si deve portare l’albero al centro di una politica basata sullo sviluppo sostenibile. Si dovrebbe piantare un albero ovunque possa crescerne uno. Piantare alberi e risanare il mondo naturale avrà chiaramente degli enormi benefici per la biodiversità del nostro pianeta ma sarà d’aiuto anche nello stabilizzare il clima e l’acqua dolce e avrà effetti benefici sulla nostra produzione di cibo e su tutti gli altri servizi che la natura ci fornisce gratuitamente.

Esiste un altro cambiamento altrettanto semplice che può essere la chiave per rimanere all’interno dei limiti del pianeta, può essere messo in pratica da chiunque o meglio da qualunque persona che abbia la libertà di decidere che cosa mangiare. Un’ottima dieta è quella chiamata flexitariana: meno carne rossa, più proteine di origine vegetale, più frutta e frutta secca, meno cibi amidacei. Se si adotta questa particolare dieta, assumendo che tutti mangino cibo sano, potremmo riuscire a tornare all’interno della zona sicura non solo per il clima ma anche per quanto riguarda la biodiversità, la terra, l’acqua, l’azoto, il fosforo. Il fatto che mangiare sano possa essere davvero il modo migliore per contribuire a salvare il pianeta è esaltante.

Esiste un altro cambiamento di vitale importanza che ci riporterebbe all’interno della zona sicura per tutti i limiti del nostro pianeta: immaginate un mondo senza rifiuti, senza niente di cui disfarsi. I nostri rifiuti vengono creati da progetti. Quando creiamo un prodotto difficilmente operiamo in modo da recuperare le materie prime. Se trasformassimo questo processo lineare in circolare, progettando un sistema con cui si possano recuperare le materie prime usate, lo sfruttamento delle risorse potrebbe diventare infinito. Sempre più studi continuano a dimostrare che le economie circolari sono fondamentali se vogliamo aumentare le nostre possibilità di garantire una vita soddisfacente a tutti i cittadini del mondo. Eliminare i rifiuti ci riporterebbe all’interno della zona sicura di clima, biodiversità e soprattutto nutrienti, nuove entità e inquinamento dell’aria. I limiti del pianeta ci hanno dato una via da seguire, semplici azioni come scegliere l’energia rinnovabile, mangiare, piantare alberi, dire di no ai rifiuti. Tutte queste cose insieme potrebbero cambiare il nostro futuro sulla Terra e la cosa più magica è che tutti questi cambiamenti potrebbero migliorare anche la nostra vita attuale. Anche se non ci stesse a cuore il pianeta e non ci importasse nulla dell’equità nel mondo e fossimo degli egoisti concentrati solo su noi stessi, le nostre famiglie, le nostre vite, ed è una posizione del tutto legittima dal momento che siamo esseri umani alle prese con la vita di tutti i giorni, tutti dovremmo impegnarci per tornare in una zona sicura, tutti trarrebbero subito beneficio dalla possibilità di respirare aria pulita, avremmo una vita più sana e un’aspettativa di vita più alta e anche i nostri figli sarebbero più sani.

Riuscire a tornare entro i limiti del pianeta vuol dire anche aumentare le possibilità di vivere all’interno di una società con un’economia e delle occupazioni più stabili, cosa che ridurrebbe il rischio di conflitto e instabilità nei luoghi in cui viviamo. Tutto sommato chiunque preferirebbe stare in una zona sicura piuttosto che in una zona di rischio dove tutto muta di continuo. Quello che faremo tra il 2020 e il 2030 stando a quello che sappiamo oggi, sarà decisivo per il futuro dell’umanità sulla Terra. Il domani non è ancora scritto, il futuro è nelle nostre mani, quello che accadrà nei prossimi secoli sarà determinato da come giochiamo le nostre carte in questo decennio.

È un periodo meraviglioso quello in cui viviamo ma questo comporta anche la grande responsabilità di agire in modo deciso. Non abbiamo tempo da perdere.

  2 comments for “Limiti planetari da non superare

  1. Ilenia
    20 Marzo 2022 at 17:03

    Grazie mille Barbara per il tuo fantastico lavoro. Non conoscevo questo documentario. Lo mostrerò sicuramente nelle mie classi!

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