Le cose essenziali da sapere sull’IBSE in classe – 12 anni dopo

Dodici anni fa ho scritto un articolo qui nel blog per riassumere le cose essenziali da sapere sull’inquiry prima di cominciare a portarlo in classe.


Era il 2014. Parlare di IBSE, almeno nel contesto italiano, significava ancora partire dalle basi: che cosa vuol dire Inquiry-Based Science Education, quali sono le caratteristiche di un’attività investigativa, che differenza c’è tra inquiry confermativo, strutturato, guidato e aperto e come funziona il learning cycle delle 5E.


Oggi sento il bisogno di tornare su quell’articolo con uno sguardo diverso.
In questi dodici anni ho continuato a insegnare, progettare, sperimentare, formare docenti, osservare difficoltà ricorrenti, aggiustare attività che sulla carta sembravano funzionare e in classe invece perdevano forza. Ho visto docenti entusiasti bloccarsi davanti alla prima domanda investigabile. Ho visto attività laboratoriali molto ricche restare superficiali perché mancava una vera costruzione di significato. Ho anche visto, però, classi apparentemente “difficili” entrare con serietà dentro un problema scientifico quando il percorso era progettato con cura.


Per questo oggi voglio riscrivere quell’articolo partendo però da un punto di vista diverso.
Non solo per dirti cos’è l’IBSE, ma soprattutto per raccontarti cosa ho imparato in questi 12 anni sulle condizioni che rendono l’IBSE praticabile, rigoroso e sostenibile nella scuola reale. Perché questa, secondo me, è una questione decisiva.

Che cosa resta essenziale

L’IBSE, Inquiry-Based Science Education, indica un approccio all’insegnamento e all’apprendimento delle scienze basato sull’investigazione.

Gli studenti osservano fenomeni, formulano domande, raccolgono o analizzano evidenze, costruiscono spiegazioni, discutono idee, confrontano interpretazioni diverse e argomentano conclusioni basate sulle evidenze.

Questa definizione resta valida. Anzi, oggi la considero ancora più importante, perché aiuta a evitare un equivoco molto diffuso: associare l’IBSE semplicemente al fare più laboratorio.

Un’attività pratica può essere molto coinvolgente ma rimanere povera dal punto di vista investigativo. Gli studenti possono manipolare materiali, seguire una procedura, osservare un cambiamento, compilare una scheda, perfino divertirsi, senza essere davvero impegnati in un ragionamento scientifico.

Il punto chiave è il lavoro mentale che accompagna l’esperienza.
Che cosa stanno cercando di capire? Quale domanda guida il loro lavoro? Quali evidenze stanno raccogliendo? Come useranno quelle evidenze per costruire una spiegazione? Quali idee iniziali dovranno rivedere?

L’IBSE richiede attività manipolative (hands-on), quando possibile, e sempre attività di riflessione (minds-on). Gli studenti devono fare esperienza, certo, ma soprattutto devono dare senso all’esperienza.

Questa è una delle cose che oggi ritengo fondamentali: l’IBSE comincia davvero quando gli studenti usano evidenze per rispondere a una domanda scientificamente significativa.

Il punto da cui partirei oggi: il fenomeno.

Nell’articolo del 2014 avevo dedicato molto spazio ai livelli di inquiry. Oggi li considero ancora importanti, ma parto da qualcosa che viene prima: il fenomeno.

Un buon percorso IBSE nasce da qualcosa che accade, si osserva, sorprende, crea una tensione cognitiva, chiede di essere spiegato.

“Acidi e basi” è un argomento. “Con lo stesso indicatore naturale, il succo di limone e la Coca-cola producono colori diversi” è un fenomeno.

“La mole” è un concetto. “Posso stimare quanti oggetti ci sono in un contenitore senza contarli uno a uno, usando la massa?” è un problema investigabile.

“I cambiamenti climatici” sono un tema enorme. “Tre giorni di dati meteorologici e trent’anni di medie climatiche raccontano cose diverse sullo stesso luogo” è un punto di partenza più concreto.

Il fenomeno di ancoraggio serve a dare senso al percorso.

Non basta attirare l’attenzione all’inizio della lezione. Bisogna costruire una traiettoria. Gli studenti incontrano qualcosa che non comprendono del tutto, formulano le prime idee, fanno domande, raccolgono evidenze, rivedono spiegazioni, aggiungono pezzi, tornano al fenomeno con uno sguardo più competente.

Un’unità di apprendimento dovrebbe svilupparsi come una storyline, una storia conoscitiva in cui ogni attività nasce da ciò che la classe sta cercando di capire. Gli studenti non svolgono esercizi scollegati; procedono dentro una domanda più ampia che dà coerenza al lavoro.

Questa idea mi sembra preziosa nonostante i vincoli della scuola che conosciamo molto bene: poche ore, programmazioni dense, classi numerose, laboratori non sempre disponibili.

Proprio per questo abbiamo bisogno di partire da fenomeni forti.

Un fenomeno ben scelto orienta l’intera progettazione. Aiuta a selezionare i contenuti davvero necessari. Tiene insieme curiosità e rigore. Permette agli studenti di capire perché stanno facendo una certa attività e verso quale spiegazione stanno andando.

Una domanda scientifica non basta: deve essere investigabile

Da un fenomeno possono nascere molte domande. Alcune sono ampie, filosofiche, generali, affascinanti. Altre sono più adatte a guidare un’investigazione in classe.

Il compito dell’insegnante è trasformare la curiosità in una domanda esplorabile.

Una domanda investigabile è una domanda a cui gli studenti possono rispondere utilizzando osservazioni, misure, dati, confronti, modelli o fonti scientifiche selezionate. Deve indicare, in modo abbastanza chiaro, che cosa si osserva, che cosa si misura o confronta e quali evidenze possono essere usate.

“Perché le piante crescono meglio in certi ambienti?” è una domanda interessante, però troppo ampia per guidare direttamente un’attività. “In che modo la quantità di luce influenza la crescita di piantine della stessa specie in due settimane?” offre, invece, agli studenti una direzione più chiara: una variabile da modificare, un effetto da osservare, un tempo di riferimento, dati da raccogliere e analizzare.

Nel tempo ho compreso l’importanza di questo tipo di domande. A volte sembrano meno affascinanti delle “grandi” domande, ma in classe funzionano meglio perché permettono agli studenti di lavorare davvero sulle evidenze.

Le domande investigabili possono essere descrittive, quando aiutano a osservare e descrivere un fenomeno; relazionali, quando chiedono di confrontare o cercare associazioni; causa-effetto, quando mettono in relazione una variabile modificata con un effetto osservabile. Tutte possono avere valore, se sono coerenti con l’obiettivo del percorso e con il livello della classe.

Una domanda ben costruita protegge la lezione dalla dispersione. Aiuta gli studenti a capire che cosa stanno facendo. Aiuta il docente a decidere quali dati servono. Aiuta la discussione finale a restare ancorata alle evidenze.

La domanda investigabile è, non a caso, il punto di partenza della formazione in IBSE Starter Lab, il mio corso base per cominciare a fare un’esperienza diretta di inquiry.

Senza evidenze non c’è inquiry

Se dovessi scegliere una parola chiave per descrivere l’IBSE oggi, sceglierei evidenze.

L’IBSE chiede agli studenti di costruire spiegazioni basate su prove. Questo passaggio è centrale per l’apprendimento scientifico e per la cittadinanza scientifica.

Viviamo in un mondo pieno di affermazioni, opinioni, semplificazioni, interpretazioni rapide. Insegnare scienze significa anche insegnare a chiedersi: su quali dati si basa questa conclusione? Che cosa posso osservare? Che cosa posso misurare? Che cosa posso inferire? Che cosa resta incerto? Quale spiegazione alternativa è possibile?

Questa abitudine mentale vale ben oltre l’aula di scienze.

E qui entra in gioco un aspetto importante affinché l’IBSE che sia anche sostenibile.

Le evidenze non devono provenire sempre da un esperimento lungo, complesso o ricco di materiali. Possono essere raccolte direttamente in classe, ma possono anche essere ricavate da grafici, tabelle, immagini, set di dati, simulazioni, articoli scientifici adattati, casi reali, osservazioni guidate.

Un buon set di dati può generare un lavoro investigativo molto serio. Una tabella ben scelta può aprire una discussione profonda. Un’immagine di un fenomeno naturale può diventare il punto di partenza per formulare domande, cercare relazioni, costruire spiegazioni.

Questa consapevolezza rende l’IBSE più praticabile. Permette di progettare attività adatte anche quando il laboratorio non è disponibile, quando il tempo è poco, quando i materiali sono semplici.

Il rigore non dipende dalla spettacolarità dell’attività. Dipende dalla qualità del ragionamento richiesto agli studenti.

Le 5E come bussola progettuale

Il learning cycle delle 5E resta, per me, uno degli strumenti più utili per progettare percorsi IBSE.

Engage, Explore, Explain, Elaborate, Evaluate.

Nel tempo, però, ho imparato a considerarlo una bussola, più che un contenitore da riempire.

La fase di Engage mette gli studenti davanti a un fenomeno, attiva le loro idee iniziali, fa emergere domande e possibili misconcezioni. È il momento in cui si crea il bisogno di capire ed emergono le preconcezioni degli studenti.

La fase di Explore permette agli studenti di lavorare sulle evidenze. Osservano, misurano, confrontano, analizzano dati, costruiscono le prime interpretazioni. In questa fase l’insegnante guida senza anticipare la spiegazione formale.

La fase di Explain aiuta a dare forma concettuale a ciò che è emerso. Le idee vengono discusse, chiarite, collegate al lessico scientifico appropriato. Qui la spiegazione dell’insegnante ha un ruolo importante, perché aiuta gli studenti a passare dall’esperienza alla conoscenza formalizzata.

La fase di Elaborate chiede di trasferire ciò che si è imparato in un contesto nuovo. Questo passaggio è fondamentale: se uno studente ha capito davvero, deve poter usare quella comprensione per interpretare un altro fenomeno, risolvere un problema, prendere una decisione motivata.

La fase di Evaluate attraversa tutto il percorso. Serve al docente per capire come stanno ragionando gli studenti e serve agli studenti per riconoscere i propri progressi, le proprie incertezze, il proprio “non ancora”.

Le 5E aiutano a evitare due rischi frequenti. Il primo è spiegare tutto troppo presto, togliendo agli studenti la possibilità di costruire un bisogno autentico di conoscenza. Il secondo è lasciare gli studenti dentro attività interessanti, ma poco strutturate, senza arrivare a una comprensione solida.

In mezzo a questi due estremi c’è il lavoro progettuale dell’insegnante.

Inquiry strutturato, guidato, aperto: una progressione sostenibile

I livelli di inquiry restano un riferimento utile.

Nell’inquiry strutturato, l’insegnante fornisce la domanda e la procedura. Gli studenti raccolgono o analizzano dati e costruiscono una spiegazione basata sulle evidenze.

Nell’inquiry guidato, l’insegnante fornisce la domanda, mentre gli studenti progettano almeno una parte della procedura.

Nell’inquiry aperto, gli studenti formulano la domanda, progettano l’investigazione, raccolgono dati, costruiscono e comunicano conclusioni.

Oggi sento di poterlo dire con grande sicurezza: l’inquiry strutturato ha piena dignità didattica.

Per molti docenti e per molte classi è il punto di partenza più serio. Permette di imparare il modo di lavorare: leggere un fenomeno, comprendere una domanda, raccogliere dati, organizzarli, interpretarli, costruire una conclusione motivata.

Pretendere subito inquiry aperto può generare frustrazione ed è inutilmente complesso. Gli studenti rischiano di disperdersi. Il docente rischia di sentirsi travolto. Il percorso rischia di perdere rigore.

L’autonomia investigativa si costruisce per gradi. Prima gli studenti imparano a usare una domanda data dall’insegnante. Poi imparano a discutere la qualità di una procedura. Poi iniziano a prendere decisioni su variabili, strumenti, modalità di raccolta dati. Solo dopo possono essere accompagnati a formulare domande proprie e progettare investigazioni più aperte.

La gradualità non abbassa l’ambizione. La rende raggiungibile.

La discussione che costruisce significato

Un altro aspetto che oggi considero essenziale è la discussione.

Gli studenti non imparano in profondità solo perché hanno raccolto dati. Imparano quando quei dati vengono messi in relazione con una domanda, confrontati con le idee iniziali, discussi con i compagni, usati per costruire o rivedere una spiegazione.

La discussione è il momento in cui l’esperienza diventa pensiero condiviso.

All’inizio del percorso, la discussione serve a far emergere idee, ipotesi, domande, esperienze personali legate al fenomeno. Dopo l’Explore, serve a confrontare evidenze, riconoscere pattern, individuare punti condivisi e punti ancora incerti. Durante l’Explain, serve a costruire una spiegazione più rigorosa, collegando ciò che gli studenti hanno osservato con i concetti scientifici.

Perché funzioni, la discussione va progettata. Non basta chiedere: “Che cosa avete capito?”. Servono domande più precise: quale evidenza sostiene questa idea? Che cosa possiamo concludere con questi dati? Che cosa resta incerto? Quale spiegazione alternativa possiamo considerare? Come possiamo modificare il nostro modello alla luce delle evidenze?

Queste domande insegnano agli studenti una postura scientifica: parlare a partire dai dati, ascoltare le idee degli altri, rivedere le proprie conclusioni, distinguere ciò che si sa da ciò che si sta ancora cercando di capire.

Che cosa intendo oggi per IBSE sostenibile

Negli ultimi anni ho pensato molto alla parola sostenibile.

Per me, oggi, IBSE sostenibile significa progettare percorsi abbastanza rigorosi da avere valore scientifico e abbastanza realistici da poter entrare davvero nelle classi.

Significa scegliere meglio, non aggiungere sempre di più: partire da un fenomeno forte invece di accumulare attività, con una domanda investigabile chiara invece di discussioni troppo ampie da governare. Le evidenze possono essere semplici, il livello di inquiry va scelto con consapevolezza e una buona attività può durare un’ora come un’intera unità. L’importante è alternare percorsi lunghi e attività brevi secondo l’obiettivo, non secondo l’abitudine.

Significa, infine, proteggere anche il lavoro e le energie dell’insegnante. Un approccio didattico diventa trasformativo quando può essere praticato nel tempo, senza chiedere energie infinite, materiali impossibili o una reinvenzione continua di ogni lezione.

La sostenibilità non coincide con l’impoverimento. Coincide con una progettazione più lucida.

Un IBSE sostenibile mantiene il rigore perché chiede agli studenti di ragionare su fenomeni, dati, spiegazioni e modelli. Mantiene efficacia perché costruisce comprensione. Mantiene umanità perché riconosce i vincoli reali della scuola.

Le cose essenziali, oggi

Se dovessi riscrivere oggi l’elenco delle cose essenziali da sapere sull’inquiry in classe, quindi, direi così.

L’IBSE è un approccio all’insegnamento delle scienze che mette gli studenti nella condizione di costruire spiegazioni basate su evidenze. Il punto di partenza più potente è un fenomeno osservabile, significativo, accessibile e abbastanza problematico da generare domande. Una buona domanda investigabile orienta il lavoro della classe perché chiarisce che cosa osservare, misurare, confrontare o analizzare. Le evidenze sono il cuore del processo: possono venire da esperimenti, osservazioni, dati, grafici, simulazioni, immagini o fonti selezionate. Il learning cycle delle 5E aiuta a progettare un percorso coerente: coinvolgere, esplorare, spiegare, trasferire, valutare. L’inquiry strutturato è spesso il modo migliore per iniziare, perché permette agli studenti di acquisire gradualmente le competenze necessarie per forme più aperte di investigazione. La discussione è parte integrante dell’apprendimento scientifico: serve a confrontare idee, sostenere affermazioni con evidenze, costruire spiegazioni condivise. L’obiettivo finale non è realizzare attività “belle”, ma aiutare gli studenti a pensare scientificamente.

Se ti riconosci nel bisogno di fare la tua prima esperienza reale con un fenomeno semplice e una domanda vera, il punto da cui partire è proprio la domanda. Ho preparato una guida gratuita per costruirla: Come costruire la tua prima domanda investigabile.

Al suo interno, trovi i tre tipi di domanda investigabile, i quattro passaggi per arrivarci e un esempio già pronto da portare in classe.

Dopo dodici anni, credo ancora profondamente nell’IBSE. Forse ci credo anche in modo più concreto, più esigente, più radicato nella complessità della scuola.

Lo vedo meno come una promessa di lezioni sempre coinvolgenti e più come una scelta professionale rigorosa: mettere gli studenti davanti ai fenomeni, accompagnarli nella ricerca di evidenze, aiutarli a discutere idee e costruire spiegazioni.

Per me, oggi, questa resta una delle forme più alte di insegnamento delle scienze.

E tu, quando provi a progettare una lezione investigativa, da dove parti: dall’argomento da spiegare o dal fenomeno che vuoi far comprendere? Raccontamelo nei commenti!

Le cose essenziali da sapere sull’IBSE in classe – 12 anni dopo

Barbara Scapellato
13/07/2026