La mia storia

La prima volta che ho sentito parlare di didattica inquiry-based è stata oltre 15 anni fa. Come molti degli insegnanti che amano il loro mestiere, durante l’estate, avendo più tempo, mi piace leggere libri e, quando possibile, fare qualche corso di aggiornamento in modo da tornare a scuola, a settembre, “ricaricata”. E così, un’estate di tanto tempo fa, quando ancora insegnavo scienza degli alimenti in un Istituto Alberghiero, mi sono iscritta a un corso in e-learning sulla sicurezza alimentare organizzato dalla Food and Drug Administration americana. Sorrido ancora quando ripenso ai video del Dr. X  abbinati ai materiali didattici.

Erano registrati in ingombranti VHS e già questo vi dà un’idea di quanto tempo sia passato da allora. Per una persona come me, che ha ricevuto un’istruzione prettamente teorica e ha preparato sui libri persino la prova pratica del concorso ordinario di Scienze naturali (nelle scuole dove avevo insegnato fino ad allora, un laboratorio non l’avevo mai visto), è stato davvero incredibile veder arrivare dagli Stati Uniti insieme ai materiali di studio anche un piccolo kit con gli strumenti indispensabili per fare gli esperimenti di microbiologia previsti dalle attività del corso. Proprio così, avete letto bene, esperimenti di microbiologia, con tanto di capsule Petri! Davvero incredibile, no?

Le attività del corso erano strutturate in un modo che non avevo mai visto prima, ossia in 5 fasi, ciascuna delle quali era indicata con una parola che cominciava per E (per essere precisi Engage, Explore, Explain, Elaborate ed Evaluate).

Quando ho cercato di capire cosa dovevo fare esattamente sono rimasta colpita dal fatto che non si trattava solo di chiamare le cose già note con nomi diversi ma che le lezioni erano strutturate in modo completamente diverso, per me nuovo. Per prima cosa dovevo vedere uno dei video del Dr. X in cui veniva presentata una situazione problematica relativa al tema della sicurezza alimentare…

… poi dovevo condurre alcuni esperimenti con i materiali del mio kit, allo scopo di raccogliere dati per rispondere a una domanda scientifica, quindi dovevo preparare una relazione di quanto fatto, postarla in un forum dedicato, partecipare a un discussione di gruppo con i miei compagni di corso virtuali e infine correlare quanto fatto con la spiegazione scientifica presente nella dispensa dei materiali di studio.

Prima l’esplorazione sperimentale e poi la spiegazione teorica. Strano, no?

Questa è stata la prima volta che ho potuto sperimentare su me stessa ciò che ho poi scoperto essere l’apprendimento basato sull’inquiry e il learning cycle delle 5E. Lo confesso, non è stato per niente facile e non solo perché tutto ciò era veicolato in lingua inglese. Il corso non forniva spiegazioni pedagogiche di questa, per me, “strana” impostazione e dava, anzi, per scontato che io sapessi già ogni cosa. Tra i materiali di studio, infatti, c’era solo una sintetica paginetta riassuntiva che richiamava le caratteristiche essenziali di ciascuna fase, ossia di ciascuna E, ma niente di più. Oggi sono consapevole che, in realtà, in quel momento avevo capito poco o niente di quell’approccio; nonostante ciò, la nuova impostazione didattica mi è subito sembrata interessante, al punto da volerne saperne di più. Negli anni seguenti, quindi, ho continuato a esplorare la questione facendo altri corsi in e-learning organizzati, questa volta, dall’American Natural History Museum di New York. Questi corsi, ancora disponibili, prevedono mediamente sei settimane di studio e la progettazione di un final project, ossia di un percorso didattico basato sull’Inquiry, o, addirittura, di un vero e proprio percorso di ricerca scientifica sui temi affrontati. Anche in questo caso, però, niente spiegazioni sulla pedagogia dell’inquiry e del learning cycle delle 5E ma solo una paginetta riassuntiva con le caratteristiche essenziali, una sorta di promemoria da usare in fase di progettazione.

Possibile che negli Stati Uniti questo metodo fosse così noto e io, invece, non ne sapevo niente? Ho cercato di documentarmi ma a quell’epoca on-line c’era ben poco. Comunque, ci ho provato e ho così inviato il mio progetto didattico. Ricordo bene, però, la mail di risposta della docente del corso : «tutto davvero bello e interessante (diplomatica lei!), però penso che tu non abbia capito bene la corretta sequenza delle attività. Tu prevedi le attività sperimentali alla fine del percorso, mentre è proprio da lì che, invece, dovresti partire. Per superare il corso dovrai correggere l’impostazione del tuo progetto e inviarcelo nuovamente, okay?».

Era la fine degli anni Novanta e nel manuale di istruzioni del perfetto docente di scienze, che mi ero immaginata, le cose non andavano mai in questo modo. È proprio dallo sconcerto di questa prospettiva ribaltata che è ho cominciato a intuire, finalmente, come dovevano andare le cose. Volevo capire e saperne di più. Ho rifatto e inviato il progetto e questa volta ho superato la selezione. Nonostante gli evidenti progressi, continuavo a pensare di non essere ancora riuscita a capire veramente ciò che stavo facendo. Nel tempo, ci ho riprovato facendo altri due corsi, ho letto articoli su riviste americane, come The science teacher, e piano piano ho cominciato a capire. Nel frattempo, dagli Stati Uniti, l’inquiry è arrivato anche in Europa e, di conseguenza, in Italia. E così, nell’estate del 2010, questa passione coltivata nel tempo mi ha portato a partecipare a un concorso per un dottorato di ricerca nell’ambito della didattica delle scienze della Terra presso l’Università di Camerino, che richiedeva la presentazione di un progetto di ricerca proprio sull’inquiry-based learning, nel frattempo ribattezzato IBSE (Inquiry-Based Science Education) in Europa. Con mia grande gioia, e non poca sorpresa, sono stata ammessa alla scuola di dottorato e ho avuto così l’opportunità di fare sul serio.

Nei tre anni di dottorato ho studiato molto e ho avuto anche la possibilità di viaggiare e confrontarmi con docenti di altri paesi e con altre realtà. Ho passato mesi e mesi a progettare attività, le ho viste sperimentare nelle classi da altri colleghi, ma solo quando sono ritornata a scuola, lavorando con i miei ragazzi, ho capito davvero quanto sia importante e stimolante implementare questo approccio.

Nonostante se ne parli ormai da qualche anno, l’IBSE è, però, ancora un vera sfida per la scuola italiana. Trasformare abitudini consolidate è difficile e richiede molti sforzi tanto che, spesso, se si lavora da soli, ci si scoraggia e si resta, anche se di malavoglia, inchiodati alle prassi didattiche di sempre. Non posso negarlo: cambiare è difficile. All’inizio, richiede tanto lavoro in più per trasformare, riadattare, reinventare le attività, soprattutto se non si ha la fortuna di potersi confrontare e sostenere a vicenda con i colleghi. È difficile anche perché, all’inizio, il cambiamento di prospettiva richiesto da un approccio costruttivista come questo ci fa sentire profondamente a disagio. Siamo così abituati a trasmettere i nostri saperi che quando ci mettiamo al fianco degli studenti, diventando facilitatori del loro apprendimento, ci sembra quasi di non far bene il nostro mestiere. È un ruolo strano, scomodo perché inconsueto, ma, credetemi, si può fare e il risultato vale lo sforzo in termini sia di entusiasmo sia di apprendimento.

Ecco, quindi, il senso di questo blog: un luogo dove sperimentare, confrontarsi e condividere per non aver mai più voglia di gettare la spugna prima di aver visto i risultati.  Siete pronti?